martedì 26 giugno 2012

West Seram & Cecilia Range

Il Cecilia Range dal mare
Le cime più alte raggiungono i 1400 metri
I primi coni vicino a Kasieh, chiamati 'del dromedario' dalle antiche carte olandesi
L'ingresso di monte di Gua Sapalewa, uno spicchio di fiume si può vedere in basso a sinistra, circa 60-70 metri sotto la mia posizione

L'area carsica di West Seram comprende due massicci principale oltre a numerose aree di coni isolati. Proveniendo da est il primo che s'incontra è il Cecilia Range, con cime fino a 1400 e la presenza in carta di possibili inghiottitoi in quota. La Gua Sapalewa si sviluppa invece nell'Hatu Towile, una appendice del Towile BouBou che raggiunge i 1250 metri circa. Proseguendo verso ovest s'incontrano alcune serie di coni isolati e quindi una bassa zona calcarea quasi tabulare che raggiunge il mare con pareti e falesie fino a Kawa

Cercando grotte all'ombra del Nunusaka

S. Thomas_ Lo stato presente dei popoli del mondo_1738


In principio era il Nunusaka, il monte mitico; perso da qualche parte nelle foreste di west Seram. Posto al centro delle Confederazione dei tre fiumi, terra di Alune e Wamele. Dal Nunusaka, uscirono gli uomini che si sparsero per l'arcipelago attraverso le mille isole delle Molucche a popolare l'umanità. Quando il mito s'intreccio con la storia, allora arrivarono gli Europei a cercare le Spezie, ricchezza e maledizione, miraggio e follia. Per noi oggi l'isola di Seram, l'isola madre, è il luogo dove iniziare una nuova storia, una storia di acqua e roccia, inseguendo grandi fiumi sotterranei tra foreste e antiche carte della Compagnia delle Indie. Che Seram potesse essere una destinazione speleologica è una vecchia idea che mi era entrata in testa dalla fine degli anni '90, in particolare dopo aver visto una carta geologica che riportava 'limestone' per tutta la possente dorsale che attraversa l'isola superando i 3000 metri. Negli stessi anni, inglesi e australiani, ebbero la medesima idea, ma furono più rapidi nell'attuarla. E' cosi che nel 1998-99 nasce Gua Hatu Saka, la grotta più profonda dell'Indonesia. Forse non profondissima, -400 circa, ma maestosa nell'essere una sequenza di due enormi pozzi da quasi 200 metri l'uno. Qaundo lo scopro su International Caver, la sensazione è un misto di soddisfazione e rabbia. Il posto era buono non c'è dubbio, la grotta continuava, fermati da troppa acqua. Poi le Molucche hanno avuto cose più serie che parlare di grotte. Una lunga guerra civile a impedito ogni progetto. Questo fino agli ultimi anni. E' cosi, nonostante il gruppo sia solo di due, decidiamo con Guido, di andare a dare finalmente un occhiata sul posto, dopo tante notti passate a speculare su carte e foto satellitari. Due gli obbiettivi della perlustrazione: raggiungere le zone alte della catena del Manusela, per capire se esista un carso d'alta quota che ci possa far sognare, andare a vedere chi ha ragione tra le carte e le foto satellitari riguardo ad un grosso fiume che sembra scomparire nel nulla nella parte occidentale dell'Isola. A casa un mese sembra sempre tanto tempo, poi quando sei in foresta, tra acqua e fango, t'accorgi che probabilmente non basterà a fare molto. Le zone alte sono veramente lontane, cinque giorni di cammino non ci bastano per raggiungere uno degli altopiani che avevamo identificato. Giriamo nelle zone sommitali di q.3000, il calcare non manca, anche i campi chiusi, magari mancano gli ingressi, considerata la lontananza avevamo sperato in qualcosa di più facile da identificare una volta sul posto. Dire se c'è o non c'è qualcosa non è facile. Si dovrebbe rimanere in zona per molto tempo, inoltre neanche i locali vengono da queste parti, quindi chiedere non funziona neanche per i nomi delle montagne. Tanto per buona parte del tempo sono immerse nella nebbia. Identifichiamo alcuni piccoli ingressi fino a q.2800, forse spostandosi di alcuni giorni di cammino verso ovest le cose potrebbero migliorare, cerchiamo di capire le possibili vie d'accesso, ma per questa volta abbiamo altri quattro giorni di cammino per tornare alla prima strada. Come al solito, le segnalazioni compaiono quando sei sceso, e cosi a Kaniketh ci raccontano di Way Uaulè, una cascata che esce dal 'corpo della montagna'. Un posto in cui si può entrare, nella valle che divide il monte Binaja dal monte Murukele, posto sacro per gli abitanti. Pare che dietro la cascata ci sia anche la grotta, o cosi ci piace capire, in una sequenza di traduzioni a cascata da una lingua all'altra. Peccato che ora noi si sia giù e lei sia rimasta su. Qui tutto si misura in giorni di cammino, quasi sempre molti e incerti. Decidiamo quindi di buttarci sul secondo obbiettivo, nella parte occidentale dell'isola, apparentemente più comodo, sicuramente più in basso come quota. Alcuni giorni dopo, una volta lasciato il villaggio di Taniwell sulla costa e persi nella foresta risalendo il fiume Sapalewa, cominciamo a pensare che a Seram non ci siano cose vicino alla strada. In teoria la parte occidentale dell'isola non è neanche calcarea, o almeno le carte geologiche non lo sanno. I nostri dubbi si sciolgono difronte ai coni di Hatu Tosiwa e alle pareti del Towile Bou Bou. Il calcare c'è eccome, e anche per parecchi chilometri. Anzi si tratta probabilmente di una zona carsica di almeno 500 km2. Un carso a coni maturo, in certi punti smantellato, con coni isolati, al centro forse più compatto, ma che comunque parte dal mare e sembra raggiungere i 1200-1400 metri di quota. L'unico dubbio che ci portiamo dietro risalendo il Sapalewa e se ci farà lo stesso scherzo del monte Binaja, o se questa volta si lascerà scavare dal grande fiume che sembra attraversare  una parte di coni. Quando dopo un paio di giorni di cammino ci troviamo difronte all'uscita del fiume le risposte sono superlflue. Il buco c'è, il problema è che con oltre 60 metri cubi d'acqua che escono, la situazione c'appare simile a quella vissuta da inglesi e francesi a Nare in Nuova Britagna. Siccome abbiamo lasciato a casa il cannone lancia arpioni per passare sull'altra sponda del fiume, siamo obbligati a fermarci alla prima cateratta, quasi stessimo risalendo il Nilo. Anche sull'altro lato del monte, dove il fiume entra, le cose non migliorarno. Il fiume precipita in fondo ad una forra enorme, in un portale alto circa un centinaio di metri. Di seguirlo camminando non se ne parla. Se solo pensi di metterci un piede dentro, già ti ritrovi al mare. Non a caso Sapalewa in lingua locale vuol dire 'grande fiume'. Abituato ai trafori tropicali in 'Laos Style', comodi posti per vecchietti, enormi, anche pieni d'acqua, ma dove cammini pigramente o nuoti a dorso tipo piscina, questo posto mi lascia vagamente perplesso. Acqua bianca, rapide più più, aspre, molto aspre. Per passare da queste parti e attraversarlo ci sarà da faticare parecchio. Nei periodi di secca pare che non ci si possa sperare, siamo già nella stagione secca, quindi appare molto improbabile che qualche essere umano autoctono abbia mai avuto l'insana idea di entrarci per attraversarlo. Mentre risaliamo la vallata, tra un sentiero e una fangaia finiamo a camminare su una strada lastricata, una massicciata in pietra alta diversi metri. Ormai completamente spersa nella foresta. La guida che è con noi ci dice che si tratta di una delle antiche strada olandesi che collegavano le due coste dell'isola. Difficile dire quando sia stata costruita. Qui gli Olandesi hanno preso il potere alla fine del '600 e se lo sono tenuto per tre secoli. A questo punto ci ronza in testa un pensiero. Percorrerlo 'no', ma conoscerlo 'si'. Vuoi vedere i gli antichi governatori di Seram, i funzionari della VOC, ne sapevano più di noi? Una volta tornati alla civiltà, ci buttiamo nella ricerca delle antiche carte coloniali. Alcune l'avevamo già trovate per la zona del massiccio centrale, c'erano sembrate utili per la toponomastica, ma per la parte occidentale dell'isola non le avevamo considerate utili. Sbagliavamo di grosso. Battere e levare, le cose si perdono e si ritrovano. E' cosi dopo oltre cento anni sulle antiche carte di fine '800 e dei primi del '900 ritroviamo nella leggenda una curiosa dicitura O.L. sciolto come 'Onderaardesche loop' che in olandese si legge 'corso sotterraneo'. Sulle carte, sparse nei pressi del Sapalewa e non solo, tante piccole sigle O.L. fanno capolino tra un fiume e l'altro, punteggiando le montagne di West Seram. Non c'è che dire, facciamo i nostri piu sentiti complimenti ai topografi dell'epoca, in particolare alla spedizione che per ultima topografò l'Isola dal 1917 al 1922. A questo punto non ci resta che tornare in Italia per prendere alcuni chilometri di corde e organizzare una buona banda. Le isole delle Spezie ci vedranno ancora, la storia è appena iniziata.

 ©SocietàSpeleologicaSaknusem_2012

Chiodi di garofano e fiumi perduti

Una delle cime del Binaja (q.3050) e l'altopiano di q.2600

L'area sommitale del monte Binaja_ Manusela Range_Way Fuku

La gola del Sapalewa appena uscito dalla montagna


Il Sapalewa dalla risorgenza: West Seram_Taniwel













lunedì 25 giugno 2012






mercoledì 13 giugno 2012

Gua Sapalewa

Notizie da Seram, dopo venti giorni di foresta siamo tornati in posti connessi con il resto del mondo con buone notizie. Nelle foreste del nord ovest dell isola abbiamo trovato qualcosa che assomiglia a uno
dei fiumi sotterranei piu grandi esistenti, almeno a noi non e venuto in mente nulla di piu grande. Nella stagione di secca, il Sapalewa portava sottoterra qualcosa tra i 50 e gli 80 metri cubi al secondo, raccolti in un bacino a monte di circa 250 km quadrati. Tutta questa simpatica acqua entra rombando in un portale di circa 100 metri d altezza per 50 di larghezza. Una forra enorme, in cui il fiume scorre sul fondo largo un ventina di metri con una violenza bestiale. Siamo andati anche dall-altra parte dove esce, e qui siamo entrati per circa mezzo chilometro, sfruttando una vasta sala cengia asciutta fino ad una cascata che assomiglia alle cateratte del Nilo. In giro per la montagna abbiamo trovato alcuni ingressi alti da collegare sempre di dimensioni equatoriali. Conoscendo i fiumi sotterranei del Nam Hin Boun e dello Xe Bang Fai in Laos, che sono grossi, posso dire che questo e molto piu grosso per volume d acqua...  A presto le prime foto.

Andrea e Guido da Seram - Maluku

martedì 15 maggio 2012

Di partenza per Seram...

In attesa di chiudere lo zaino, un pò di gastronomia locale non fa male. Imparare prima di partire per esempio come si cucina il famoso cous cous bat... e proprio vero che i pipistrelli sono animali utili!




lunedì 12 marzo 2012

Progetto Lapis Speculari: Ad Speculum
























"... ma poi è stata trovata in Cipri, in Cappadocia, i Sicilia e novamente anco in Africa..."

Sempre seguendo le tracce di Plinio, nell'ambito del progetto di ricerca sulle miniere di Lapis Specularis, il gruppo Speleo di Casola Valsenio, insieme al Gruppo Acheloos, ha portato a termine una breve survey in Tunisia per identificare le possibili zone d'estrazione. Sebbene Plinio parli apparentemente di africa in modo generico, nel momento in cui scrive, viene chiamata provincia dell'africa proconsolare, proprio e solo il territorio dell'attuale Tunisia. Solo molti secoli dopo, l'antica Ifriqiya, andrà a indicare l'intero continente. In Tunisia è stata identificata l'area attorno all'attuale città di Gasfa, l'antica Capsa romana, come la più promettente. Sebbene il gesso sia infatti ampiamente presente nel paese, solo in questa zona sembra presentarsi sotto forma di gesso secondario trasparente. Le ricerche si sono concentrate nella zona ad ovest di Gasfa, nell'area montuosa tra il Jebel Chouabine e il Jebel En Negueb. Proprio in questa zona si trova l'oasi di Shabika, riportata nella antica Tabula Peuntigeriana, con il nome romano di Ad Speculum. Allo specchio. Ed è proprio dell'uso anche per fare specchi, della Lapis Specularis che ci parla sempre Plinio, riportando re Giuba II, re di Numidia e Mauritania. L'abitato di Ad Speculum_Shabika è stato fino ad ora interpretato archeologicamente in modo vago, come un possibile posto di vedetta sul Limes Montensis, , da cui scambiare segnali. Il problema di d'interpretare il nome 'lo specchio' ha quindi portato a pensare all'uso di specchi proprio per scambiare questi segnali. La nostra ricerca sul posto ha però evideziato, che proprio l'area di Shabika, è particolarmente ricca di grandi lastre di Lapis Specularis, estratte ancora oggi per il mercato dei minerali nell'area adiacente all'oasi. Qui a differenza delle miniere spagnole e italiane, che si sviluppano all'interno del banco gessoso, il gesso secondario si presenta inglobato nelle argille verdi. Ed è proprio nelle grandi bancate d'argilla che i cercatori di minerali, identificano le aree dove estrarre le lastre, scavando lunghe trincee, profonde anche diversi metri alfine di svuotare l'interstrato. Ed è proprio seguendo i riflessi del sole sui frammenti delle lastre, che abbiamo identificato alcune di questi luoghi scavo, che nelle colline aride e chiare, risaltavano come punteggiati di specchi. La qualità e la purezza delle lastre, appaiono in tutto simili a quelle dell'area della Vena del Gesso, e anche le dimensioni le rendono compatibili con l'uso come sostituto del vetro. Purtroppo proprio la tipologia d'estrazione, non in grotta, ma tra argille, rende difficile identificare i siti antichi rispetto a quelli recenti. Le grotte naturali presenti in zona sono state riviste, ma nessuna si sviluppa nella bancata dei gessi saccaroidi che è presente in zona, e sebbene presentino indizzi archeologici non presentano tracce d'estrazione. Inoltre la zona si presenta estramamente mineralizzata e bisogna prestare attenzione alle traccce lasciate da altre lavorazioni, come nel caso delle grandi miniere di fosfati, o della ricerca di geodi. Una buona possibilità di identificare siti antichi, in questo caso potrebbe venire dalla ricerca di petroglifli e incisioni nell'area montuosa attorno all'oasi, o nei pressi dei grandi strati rocciosi verticali. La presenza di alcune incisioni ci è stata infatti testimoniata dai locali, ma purtroppo il poco tempo a disposizione non ci ha permesso di verificare direttamente. Sebbene si tratti ancora di una ricerca fatta d'indizzi, ci sembra plausibile immaginare che l'area attorno alla città di Capsa, già importante polo minerario romano, potesse fornire anche la rara e pregiata Lapis Specularis.

 ©SocietàSpeleologicaSaknusem_2012