lunedì 26 settembre 2022

Sistema glaciale di Vallelunga

 


Tavola d'insieme dei fenomeni glacio-carsici attualmente identificati sul ghiacciaio di Vallelunga

Circa un mese dopo la prima survey di fine agosto, siamo tornati sulla Vedretta di Vallelunga per capire qualcosa di più sul reticolo di grotte glaciali attualmente presenti nella parte bassa del ghiacciaio. Piazzata la tenda al solito posto ci siamo quindi avviati verso il grande anfiteatro. Dopo una notte un poco fresca, il torrente finalmente ghiacciato ed il limo trasformato almeno per qualche mese in permafrost, ci hanno accolto in un silenzio irreale. Con un poco di fortuna e tanto freddo il grande arco, il glacier-gate potrebbe anche sopravvivere all'autunno e raggiungere l'anno nuovo. Certo ogni volta che ci passi sotto non puoi non notare quanto sia sottile e come si regga sul filo dell'equilibrio. Fermarsi a contemplare il soffitto comincia ad essere poco furbo. Anche un solo mese ha prodotto ulteriori cambiamenti e si vedono: l'ingresso delle gallerie ha perso quasi un metro. Il primo obiettivo è dare una forma a questo reticolo e cosi senza accorgerci passiamo quasi quattro ore a rilevare gallerie e grandi loop. Tra i punti interrogativi lasciati in sospeso la scorsa volta uno ci porta in una grande galleria che ci regala un terzo ingresso alquanto instabile. Sono quasi le undici quando usciamo sul tra le pietraie che ricoprono il ghiacciaio sul versante nord  La temperatura è salita e parte dell'acqua scorre dalla parete tra grandi colate di ghiaccio. Chiudiamo il rilievo di questa parte del sistema, rientrando dal secondo ingresso e quindi rapidamente ci dirigiamo verso il grande traforo creato dalla cascata che scende dal Gepaschferner. Da quando una quindicina di anni fa questo ghiacciaio si è separato dal corpo principale, il torrente che cade dalle pareti ha costantemente minato il corpo di ghiaccio creando questa enorme grotta di contatto. I volumi d'acqua che la percorrono fino ad autunno inoltrato sono enormi ed il grande collasso creatosi nel ghiacciaio tra il 2016-2019 è chiaramente da mettere in relazione con questa grotta. L'ingresso mostra evidente i segni del continuo arretramento ed è altamente probabile che nel giro di 2-3 anni questo traforo si trasformi in un taglio capace di separare quanto resta verso valle del ghiacciaio. La domanda non è se accadrà ma solo quando. Per oggi ancora possiamo camminare sotto un cielo di ghiaccio. L'altra volta a metà della galleria, avevo intuito da lontano l'esistenza di una confluenza proveniente dalla parte a monte del ghiacciaio, ma la troppa acqua e le temperature estive sconsigliavano l'esplorazione. Buona parte del flusso d'acqua è ancora ghiacciato e ora la confluenza si vede e si raggiunge bene. Dopo un passaggio basso la galleria continua e anche di grandi dimensioni. Si tratta chiaramente del drenaggio subglaciale che proviene da quanto resta del ghiacciaio e che sta portando qui le acque di ablazione inghiottite dai sovrastanti mulini. Tutto molto interessante e quindi non resta che andare ad esplorare e vedere fino a dove si riesce ad arrivare. Le forme della galleria sono ben diverse da quelle del traforo: bassa e larga tradisce il peso del ghiaccio sovrastante e a differenza del traforo probabilmente durante l'inverno, al diminuire del flusso idrico, tenderà ad abbassarsi e forse a chiudersi. Per ora l'acqua scorre ancora e spesso bisogna anche bagnarsi per passare, ma continua. Alterna passaggi più bassi a tratti grandi e alti parecchi metri. Andiamo avanti cosi per circa un centinaio di metri risalendo verso monte paralleli alla lingua glaciale. La sua posizione deve essere rimasta molto stabile negli anni: infatti più che essere scavata nel ghiaccio appare scavata nel detrito di fondo e a volte solo un soffitto di ghiaccio ci sovrasta. Non è chiaro se siano più inquietanti i passaggi bassi: vere e proprie strettoie percorse dall'acqua, dove la volta di ghiaccio si è abbassata o è in parte collassata o i grandi ambienti con i loro soffitti carichi di blocchi di pietra incollati e blocchi di ghiaccio a terra. Alla terza strettoia decidiamo che non sia il caso di proseguire. Oltre si vede bene che la galleria torna grande, ma se uno di questi passaggi si abbassasse ancora, uscire potrebbe diventare un problema serio. Rileviamo tutto e torniamo nel tunnel principale da cui usciamo per tornare nuovamente nel grande anfiteatro. Queste due strutture erano praticamente parte di un unico sistema idrologico forse fino all'estate del 2021. A quel tempo infatti l'anfiteatro era ancora in via di collasso e rappresentava a tutti gli effetti una sorta di daylight che univa i due monconi. Quando pensiamo di aver finito il rilievo, ci accorgiamo di un altro imbocco che occhieggia a poche decine di metri da noi. L'altra volta stranamente non l'avevo notato, mentre oggi si vede bene una bella galleria. Anche lei drena un piccolo torrente proveniente dalla parete. Procediamo per una settantina di metri poi ci troviamo in una zona di grossi collassi. Il soffitto si sta sfaldando con i classici strati di ghiaccio a cipolla che tanta poca fiducia ispirano. L'acqua passa sotto, noi preferiamo passare sopra, cosi tra enormi lame di ghiaccio arriviamo ancora una volta nei pressi del terzo ingresso che avevamo raggiunto alcune ore prima. Con un altro anello chiuso questo rilievo dovrebbe venire abbastanza preciso! Questa zona in esterno si presenta fortemente deformata da crepacci circolari e anche dentro si vede bene. Sicuramente la prossima estate collasserà. Lo sviluppo spaziale rilevato supera gli 800 metri. Dopo una meritata pausa per pranzo, ci dirigiamo verso i possibili paleo-ingressi creati dall'Gepaschferner. Dalle immagini satellitari è evidente come la cascata si sia spostata nel corso degli anni creando più punti di ingresso. Queste forme si riconoscono ancora anche nelle immagini attuali quindi non resta che capire se le gallerie esistano ancora o se siano state riassorbite dal ghiacciaio. Dopo un paio di grandi ingressi che mostrano solo tracce ormai passate, un terzo sembra continuare. Una piccola galleria scende ripida verso il centro del ghiacciaio. Lei sembra essere rimasta aperta grazie ad un torrentello che scende dalla parete. Non è grande e man mano si trasforma in un tubo basso e largo, ma prosegue. Ne scendiamo oltre cinquanta metri percorsi da una forte corrente d'aria uscente. Si comporta da ingresso basso mentre dal fondo si avverte chiaramente il rumore di un torrente importante. La posizione è buona ed è molto probabile che il torrente sia lo stesso collettore che abbiamo risalito qualche ora fa, purtroppo tra tempo e soprattutto dimensioni decidiamo che anche in questo caso non sia furbo continuare a scendere. Usciamo e proseguiamo ad esplorare l'area sovrastante dove rapidamente individuiamo diversi mulini fossili. Continuando a risalire verso monte, diamo un occhiata ad alcuni frammenti di grandi gallerie endoglaciali ormai abbandonate e parecchio instabili, finché infine arriviamo sul tratto del ghiacciaio dove sono presenti i grandi mulini ancora attivi. Ne contiamo almeno cinque, di cui due attivi. Di grandi dimensioni tra i cinque e i dieci metri e profondi almeno una ventina di metri. Ormai è quasi notte e dall'alba che siamo in giro e purtroppo la mancanza di tempo non ci permette di scenderli. Le cose da fare e capire a Vallelunga sono ancora tante, però ora cominciamo a capirci qualcosa. In totale abbiamo rilevato quasi un chilometro lasciando diverse cose per mancanza di tempo. I mulini identificati sono una decina, tutti da scendere e ovviamente c'è ancora molto da perlustrare nelle zone di rock glacier. Tutto evolve maledettamente in fretta su questa lingua glaciale ed è difficile dire cosa troveremo la prossima volta. Di sicuro anche grazie alle moltissime foto realizzate da Stefan Plangger tra il 2018 ed il 2021 agli ingressi dei trafori e dei collassi (guida alpina e gestore del vicino rifugio Pio XI) è possibile provare a ricostruire l'evoluzione di una parte di questo sistema. Quello che resta che abbiamo rilevato può essere infatti messo in stretta relazione con l'evento del collasso del grande anfiteatro e intrecciando, immagini satellitari e foto che mostrano gallerie e morfologie, possiamo provare ad immaginare come si presentasse il sistema prima e durante il collasso. 

Anche sul fronte dell'ARD, i drenaggi acidi, abbiamo iniziato a fare un poco di misure sull'area. E' venuto fuori come tutta l'area frontale della lingua glaciale presenti numerosi apporti acidi con ph compreso tra 3 e 5. Gli stessi laghi presenti sono risultati acidi. Il torrente principale proveniente dal ghiacciaio presenta invece valori variabili dipendenti chiaramente dalla portata legate alle temperature nonché alla percentuale di acqua proveniente dai mulini rispetto a quella proveniente dalla cascata. Nel torrente principale abbiamo misurato valori leggermente acidi intorno a ph 6 ma le misure dovranno essere ripetute per sicurezza. All'interno delle gallerie del sistema degli Uomini cavi al contrario la maggiore presenza di sedimento ed il minor volume di acqua sembra favorire acque più acide che uscirebbero nell'anfiteatro con ph intorno a 5.7 anche in questo caso il dato va verificato con ulteriori misure da riprendere anche all'interno delle gallerie e nei piccoli bacini presenti nella grotta. Ovviamente ancora tutto da capire e valutare se questa presenza di acque acide e quindi produzione di acido solforico, sia in grado di influire in qualche modo sullo scioglimento del ghiacciaio (variazione del punto crioscopico della soluzione presente nei laghi subglaciali o apporto energetico della reazione esotermica).

Non sappiamo quanto potrà sopravvivere questo reticolo: sicuramente il tratto a monte della cascata Gepaschferner risulta più stabile ed una volta smantellato tutto il tratto a valle, la lingua glaciale potrebbe assestarsi su una relativa stabilità. La discesa dei mulini (meteo permettendo in programma a breve) potrà forse fornirci preziose informazioni. Dal punto di vista speleologico il quello di Vallelunga ci risulta essere attualmente il sistema glaciale noto e accessibile con il maggiore sviluppo presente sull'arco alpino, anche se è vero che i due monconi del sistema (svil. tot. >800 metri stiamo finendo di disegnare il rilievo) risultano ad oggi 'collegati' solo dalla morfologia dell'anfiteatro. Le grotte glaciali di maggiore sviluppo precedentemente note risultano essere la grotta 'Effimera' (587 metri rilevata >700 esplorata) ed il sistema 'Eclipse - Zamboni' (Circa 500 metri) entrambi sul ghiacciaio del Belvedere (Monte Rosa). Entrambe sono state esplorate quasi dieci anni fa e purtroppo lo scioglimento del ghiacciaio a reso entrambe non più accessibili, mentre altre grotte di contatto di grande sviluppo tutt'ora presenti sul Gorner e sull'Aletsch si attestano intorno ai 400-500 metri di sviluppo.


Hanno partecipato a questa survey tra rilievo, esplorazioni e foto: 

Andrea Benassi, Tommaso Biondi, Roberto Pettirossi, Daniele Sighel



La grande galleria dell'Athesinus Tunnel (foto Roberto Pettirossi)







Gallerie nel sistema degli uomini cavi (Foto Roberto Pettirossi)



Misure di ph dei numerosi drenaggi acidi presenti nei rock glacier



Uno dei grandi mulini nella parte alta del ghiacciaio



Grazie ad una corposa serie di fotografie realizzate tra il 2018 ed il 2021 dalla guida alpina Stefan Plangger è possibile provare a ricostruire l'evoluzione del fenomeno carsico in particolare il relazione al collasso del grande calderone. Come si vede bene fino al 2018 il ghiacciaio si presenta apparentemente in buona salute. Il servizio glaciologico dell'Alto Adige registra nei due anni precedenti un repentino abbassamento di circa 30 metri del volume nella lingua terminale. Nello stesso periodo le foto satellitari mostrano come la separazione con il Gepash Ferner sia ormai quasi completa e come in particolare il torrente-cascata proveniente dai suoi seracchi abbia ormai un corso libero lungo la parete di circa 1000 metri. Lungo questo percorso è fuori di dubbio che l'acqua di fusione uscente dai seracchi ha tempo di riscaldarsi durante la stagione estiva per convezione grazie allo scorrimento sulla parete. Il tempo di corrivazione si può stimare in 100-150 secondi da quando questa esce con una temperatura di fusione a prima che rientri nel ghiacciaio di Vallelunga. La parete è esposta a sud lungo l'asse E-O e durante le giornate estive riceve una forte insolazione capace di scaldare notevolmente il substrato roccioso. Nei due minuti circa in cui l'acqua scorre, la stessa è quindi in grado di scaldarsi di diversi gradi prima di rientrare. Questo gradiente termico moltiplica la sua capacità di fusione della massa glaciale. Dal 2018 appare evidente la formazione di una grande ellisse di collasso. Probabilmente lo spessore del ghiaccio è ormai inferiore ai 50 metri ed il suo comportamento da plastico e ormai statico. Dopo essersi rimodellato perdendo 30 metri di spessore principalmente per fusione dall'interno, ora la massa glaciale appare incapace di continuare a modellarsi. Da un lato dall'interno le acque di fusione continuano quindi ad allargare le gallerie che ormai restano probabilmente aperte anche in inverno. Questo allargamento delle strutture unitamente alla maggiore rigidità produce il definitivo collasso nell'estate del 2019. Dalla foto sono evidenti i monconi relitto di diverse gallerie sia endo che subglaciali, segno di strutture che sono sopravvissute all'inverno proprio a causa della limitatissima copertura di ghiaccio sovrastante. Il punto di collasso coincide con la confluenza tra il flusso subglaciale dal Gepash Ferner e quello sub ed endo glaciale dal corpo principale. Questa zona di confluenza appare sicuramente come un punto debole del sistema anche in relazione ai tempi di rigelo differente dei due flussi. E possibile che questa zona abbia funzionato anche come bacino di espansione e/o pistonaggio in relazione ai picchi di piena estivi con possibili spinte in risalità capaci di creare ulteriori allargamenti e anastomosi nei condotti fino a generare qualcosa di simile ad ampie volte strutturalmente instabili come si vede nelle foto seguenti. Il doppio collasso ellittico con i due centri che ancora si vedono separati da un breve ponte di ghiaccio ed una bassa galleria, sembrano potersi legare a due distinti sistemi di confluenza che ancora oggi possiamo identificare nei resti del sistema. Se quello a monte è infatti relativo alla confluenza tra torrente principale e flusso a monte, quello a valle è posizionato esattamente nel punto di confluenza tra le gallerie del sistema degli uomini cavi ed il flusso principale. Sempre nelle foto di agosto del 2021 si vede bene come la sezione delle gallerie verso monte sia modellata ancora unicamente dalla pressione idrostatica dell'acqua, mentre la morfologia del tratto verso valle che già costituisce un arco-traforo, si presenta completamente differente a tutto tondo e modellata a scallops dal flusso d'aria. 
A questo punto per provare a modellizzare fenomeni di collasso di questo genere, appare evidente la necessità di approfondire tramite una campagna di misure i molti parametri in gioco.



















Acid Rock Drainage





Alcuni dei molti drenaggi acidi che fuoriescono dai rock glacier. In questo caso il ph è di circa 3.3. Si notano i depositi di idrossidi metallici che si sedimentano sul limo anche sotto forma di pellicole e croste. Nell'acqua sono presenti abbondanti metalli tra cui ferro, rame, alluminio, cromo e piombo.







Le pareti di ghiaccio delle grotte, si presentano in molti punti coperte di sottili pellicole di 'fanghi limosi' sia secchi che umidi, sotto forma di chiazze o a macchia di leopardo. Questi depositi in alcuni casi sembrano provenire come inclusioni dal ghiaccio, ma in altri casi appaiono fortemente legati alla circolazione d'aria e probabilmente trasportati proprio da questa. In altri casi sono veicolati da piccole fratture presenti sulla struttura di ghiaccio e provengono quindi direttamente dai depositi che ricoprono il 'ghiacciaio nero'. Tra questi depositi abbondano, rocce e detriti fortemente mineralizzati, responsabili dei drenaggi acidi in esterno. In questo caso una abbondante pellicola di 'fanghi' sembra produrre sul ghiaccio una abbondante precipitazione di ossidi e idrossidi simili a quelli ben presenti in esterno. Questo abbondante deposito potrebbe rappresentare un interessante habitat per colonie di batteri estremofili legati all'ossidazione di solfuri metallici come gli Acidothiobacillus Ferrivorans e Thioxidans. Se questi batteri fossero effettivamente presenti, sarebbero in grado di accelerare la produzione di acido solforico di molti ordini di grandezza aumentando di gran lunga gli effetti negativi dei drenaggi acidi. 



 








mercoledì 24 agosto 2022

Speleologia Glaciale nelle Alpi Venoste (Alto Adige)


Come hanno dimostrato anche i tragici eventi della Marmolada, la parte orientale dell'arco alpino è forse quella dove gli effetti dello scioglimento dei ghiacciai e del permafrost sono più evidenti. La minore altezza dei massicci porta infatti a bacini di alimentazione piccoli ed i sottostanti ghiacciai vallivi si ritrovano rapidamente sempre meno alimentati a quote dove l'ablazione scioglie senza pietà. Una buona parte dei ghiaccia del versante italiano di questa zona, quando non scomparsa è ormai avviata versa la trasformazione in ghiacciai neri o rock glaciers. In molti casi le lingue glaciali residue subiscono inoltre processi di rapida accelerazione con la repentina formazione di collassi, calderoni glaciali, fenomeni di glof (esondazioni improvvise di bacini subglaciali) che da un anno all'altro portano alla perdita anche di centinaia di metri di ghiaccio.  Lo studio e l'osservazione speleologica dei fenomeni crio-carsici che vi si sviluppano è ormai la 'missione' della speleologia glaciale, per provare a capire come i diversi fenomeni si intreccino. Proprio in questa prospettiva da molti anni, alcuni dei grandi ghiacciai alpini nel massiccio del Rosa o dello Stelvio, solo per fare due esempio, sono oggetto di approfondite campagne di documentazione e ricerca da parte di molte associazioni. Al contrario, da un preliminare studio bibliografico è risultato (forse proprio per la loro limitata estensione) come i ghiacciai presenti sul versante italiano delle Alpi Venoste (Alto Adige), non fossero stati finora oggetto di ricerche speleologiche. 
L'attuale abbondanza di immagini satellitari capaci di coprire l'arco degli ultimi 20 anni, permette facilmente di tracciare in molti casi una evoluzione diacronica delle lingue glaciali. Le immagini ad alta risoluzione ci permettono infatti in molti casi di osservare nel tempo proprio l'evoluzione di quei fenomeni crio-carsici quali mulini, grotte di contatto e morfologie di collasso. Proprio partendo dall'analisi di una sequenza di immagini satellitari di alcune "Vedrette" nella alta Val Venosta, abbiamo deciso la scorsa settimana di andare a dare un occhiata sul campo. 
I risultati sono stati decisamente superiori alle aspettative, confermando che nonostante la limitata estensione questi ghiacciai si presentano molto interessanti da documentare e seguire nei loro processi evolutivi e presentano attualmente grotte glaciali di dimensioni e sviluppo significativo a livello nazionale. 
Molte le grotte parzialmente esplorate e tanti gli ingressi individuati e ancora da esplorare. Due i grandi trafori idrogeologici di contatto, uno di circa 150 di sviluppo, una grande condotta endoglaciale di circa 50 metri e cosa del tutto inaspettata un sistema di contatto a sviluppo dendritico attualmente con diversi ingressi che attraversa una parte del ghiacciaio. Il sistema "La Tana degli Uomini-Cavi", si sviluppa per oltre 500 metri di gallerie di contatto e presenta ancora molti punti interrogativi. Ovviamente con queste premesse a questa rapidissima survey, seguirà a breve una puntata esplorativa seria, per portare avanti le esplorazioni e documentare con rilievi e fotografie tutto il contesto. 
 













mercoledì 17 agosto 2022

Distribuzione dei campi lavici in Islanda


Per organizzare una Spedizione e sapere cosa si vuole andare ad esplorare e/o documentare, bisogna avere per prima cosa chiara la dimensione geografica di dove si sta andando, cosa è stato fatto e dove. La distribuzione delle grotte laviche conosciute in Islanda non è un qualcosa di cosi facile da avere chiaro in mente. Il dover ragionare sulla tipologia dei campi lavici, rispetto alle catene montuose a cui siamo abituati, sul loro essere fenomeni inseriti nel fluire del tempo, con colate nuove che seppelliscono colate antiche il tutto unito con l'incredibile complessità della pronuncia dei nomi Islandesi per noi Europei continentali... tutto questo rende difficile per noi Speleologi non Islandesi avere chiaro a colpo d'occhio dove si trovino luoghi e fenomeni. Niente di meglio allora che provare a semplificare la faccenda con un semplice quadro d'insieme della faccenda. Questa la situazione attualmente nota per suddividere le grotte laviche sull'isola. Cinquanta campi o colate laviche identificate come 'differenti' tra loro, al cui interno vengono raggruppate le diverse grotte note. La carta mostra quindi la distribuzione di queste zone con il loro nome islandese e nella leggenda affianca tra parentesi la quantità (circa) di grotte note. Alcune cose risaltano subito all'occhio, per prima l'incredibile quantità di grotte e zone nell'area attorno alla capitale a cui si affianca spesso un totale vuoto relativamente alle zone più remote. Unica eccezione il grande lavoro svolto nella zona dell'eruzione del Laki (36) frutto di una serie di spedizioni. 

P.S.
Adesso che il quadro è facile da vedere a colpo d'occhio, è più facile raccontare dove abbiamo svolto la nostra recente survey. Oltre a diverse zone nelle penisola vicino alla capitale (zone tra 1 - 22) abbiamo visitato e fatto ricerche nelle aree 24, 26 e 36. 




La carta segue la suddivisione operata sulla base delle differenti colate. La numerazione da ovest verso est fa riferimento al nome ufficiale del singolo campo lavico mentre il numero tra parentesi indica la quantità di grotte attualmente note su quella colata. I dati sono aggiornati alla prima decade del nuovo millennio e fanno riferimento alle pubblicazioni attualmente note. Relativamente al 'numero' totale delle grotte note, questo dato va preso con un certo margine di errore. Da una parte la difficoltà di reperire informazioni su grotte 'minori' spesso prive di rilievo e descrizione, dall'altra una classificazione 'catastale a volte non semplice e infine una tipologia delle grotte laviche che presentano spesso una incredibile quantità di ingressi ha prodotto in alcuni casi una certa confusione tra 'grotte' e 'ingressi'. 

 

mercoledì 20 luglio 2022

A caccia di grotte tra inferno e paradiso (Islanda -Lakagikar)

 Il Moss è morbido, incredibilmente morbido e alto. Mentre cammini a tratti immagini che possa inghiottirti e magicamente trasportarti direttamente nelle misteriose profondità della Terra. Tradurlo come muschio non rende l'idea: più che il muschio usato nel presepe, questo somiglia ad una foresta in miniatura. Ricopre praticamente ogni frammento di lava e ogni asperità, creando un colorato mare di onde e forme morbide in tutte le tonalità del verde. Un mare profondo anche mezzo metro. Per una ironica legge del contrappasso, la lava tanto dura e tagliente è ricoperta e nascosta da una infinita pelle tanto morbida e delicata. Attraversare un luogo del genere da un nuovo significato all'idea di superfice come spazio di contatto e la parola camminare non rende per niente l'idea. Non cammini sul Moss, piuttosto sei circondato e avvolto dal Moss. Una sensazione di dolcezza e abbraccio. Mentre cerchiamo di passare facendo meno danni possibili, pensiamo a come facciamo bene gli islandesi ad esserne orgogliosi e a volerlo proteggere. Decisamente è un posto dove le battute di ricerca devono essere ridotte al minimo e ben definite. Come se non bastasse se alzi gli occhi il campo lavico di Lakagigar ti circonda fino all'orizzonte a perdita d'occhio. Cercare grotte laviche in questo posto non è per niente facile. Lakagigar ovvero i crateri del Monte Laki è qualcosa che non ti aspetti, anche se parti preparato alla meraviglia. Sicuramente anche gli abitanti di Klausur si svegliarono molto meravigliati quando il 7 giugno del 1783 il cielo si riempi di boati e fumo. Le cose non stavano andando per niente bene a pochi chilometri dalle loro case. Oltre 130 crateri si stavano formando lunga una fessura di diverse decine di chilometri. In realtà non erano proprio crateri, oggi li chiamiamo pseudocrateri, perchè a guardarli dall'alto sembra proprio di vedere decine di bocche eruttive: un incredibile alveare di bocche nere, eppure la loro origine è dovuta all'incontro della lava con fluidi di falda, un brutto incontro sopratutto se ci abiti vicino. Enormi bolle esplosive che hanno caratterizzato la prima fase dell'eruzione del Laki. Sicuramente al parroco Jon Steingrimsson, che ci ha lasciato la descrizione della mostruosa eruzione, questi piccola distinzione geologica non sarebbe interessata. Le sue pagine sono già piuttosto occupate dalle descrizioni dei terribili effetti che ventidue fontane di fuoco che si alzavano fino al cielo stavano producendo. Giorno dopo giorno, nuvole di fluoro gassoso e diossido di zolzo, stavano uccidendo animali e uomini, mentre un enorme fiume di lava dalla valle di Skafta inghiottiva campi e fattorie avvicinandosi sempre più al paese. Forse grazie alle preghiere dei fedeli o forse grazie ad un provvidenziale lava tube che si formò incanalando la lava, il paese fu risparmiato dalla distruzione totale ma gli effetti di 244 giorni di eruzione furono incredibili. Oltre la metà del bestiame islandese morì intossicato mentre gli effetti delle carestie uccisero un quarto della popolazione dell'intera isola. L'eruzione aveva prodotto non solo 15 chilometri cubici di lava ma anche una enorme quantità di aereosol velenoso proiettato fino nella troposfera. Un qualcosa che riuscì a modificare il clima dell'intero emisfero boreale. Tutto il clima fino in Africa ne su alterato per molti anni. In inghilterra la chiamarono la foschia del Laki e tanto era densa da impedire alle navi di uscire dai porti. In Francia un alternarsi di estati torride e inverni freddi crearono scompensi alla produzione agricola peggiorando ancora di più le condizioni dei contadini e gettando forse le basi per la rivoluzione che sarebbe scoppiata appena 5 anni dopo. Mentre camminiamo sul Moss, cosi morbido e delicato, sembra incredibile che questo sia lo stesso luogo di apocalisse e inferno descritto dal reverendo Jon. Duecentoquaranta anni sono bastati perché ogni angolo di quell'inferno fosse colonizzato dalla vita... o quasi. Quando sotto uno degli infiniti pseudocrateri troviamo l'imbocco di una grotta, ecco che allora la lava torna a mostrare la sua natura. I toni verdi pastello cedono il passo ai toni del nero e del rosso, mentre le forme da dolci e arrotondate si trasformano all'istante in dure e taglienti. Sulla volta selve di lame e aghi di basalto ci ricordano quando qui comandava il fuoco e tutto era avvolto in un plasma di pietra gassosa. Se le lavacicle, le stalattiti di lava parlano di una pietra che cola dolcemente, qui sotto questa selva di bolle esplosive, questi aghi e rasoi di basalto parlano di una pietra che ancora non sa decidere se scorrere o esplodere. Quasi la fotografia di una turbolenza, una tempesta di fuoco e pietra che ora si è fatta grotta.












(Kiernan,Wood, Middleton 2003)




mercoledì 6 luglio 2022

VulcanoSpeleologia in Islanda

 


























Grotte laviche con maggiore sviluppo (metri) in Islanda:

Laufbalavatn 5 012
Surtshellir- Stefánshellir e Hulduhellir 5 000
Kalmanshellir 4 012
Surtshellir- Stefánshellir 3 490
Surtshellir 1 970
Idrafossar 1 913
Víðgelmir 1 585
Stefánshellir 1 520
Raufarhólshellir 1 360
Volundur 1 108
Vorduhellir-Litli-Bjorn 1 100
Flóki 1 096
Búri 1 025
Langiþrongur 1 000
Flodhellir 982
Blami 913

Attualmente in Islanda sono note con certezza circa 600 grotte laviche distribuite sui molti campi lavici presenti sull'isola. La documentazione di questi fenomeni è però molto variabile. Se di quasi tutte si ha infatti il punto gps preciso, di molte non esiste un rilievo o una descrizione morfologica. Nonostante il monumentale lavoro di sintesi e raccolta dei dati operato da Hróarsson su tutto il territorio nazionale, resta quindi moltissimo da fare sia sul fronte esplorativo che su quello di documentazione. Sono infatti molte i tunnel che seppure di limitato sviluppo presentano morfologie, mineralizzazioni e speleotemi rarissimi quanto non unici, di cui manca persino un rilievo. Anche relativamente alle grotte più importanti, esiste poi un 'problema' metodologico nel definirne lo sviluppo. Le diverse spedizioni e ora anche i lavori pubblicati insieme agli speleologi islandesi, oscillano nel definire lo sviluppo dei singoli tunnel come tratti sotterranei continui, oppure come somma di diversi segmenti parte della medesima colata intervallati da tratti scoperti frutto di collassi oppure da brevi tratti non percorribili ostruiti da frane. Lo sviluppo per esempio del sistema Surthellir - Stepanshellir e Hulduhellir è calcolato come se le prime due fossero fisicamente collegate invece di essere separate da circa 40 metri di frana, mentre la terza, Hulduhellir, ovvero la grotta nascosta, è stata verificata solo come anomalia magnetometrica e ancora non raggiunta. Ovviamente è un fatto che tutte e tre facciano parte del medesimo flusso lavico, si siano generate quindi simultaneamente e con i medesimi processi genetici. Prese singolarmente come unico segmento, la lista sovrastante mostra come per esempio la sola Surtshellir misuri cira 1970 metri di sviluppo. Stesso discorso può essere fatto per la Kalmanshellir, che sviluppa oltre 4 chilometri ma come somma di tratti distinti e attualmente non collegati. Anche il complesso sistema che fa capo al lago di Laufbalavatn con oltre 5 chilometri è composto da diversi segmenti come Idrafossar o Flodhellir che sommati insieme danno quello sviluppo. 

Un valore totale dello sviluppo attualmente noto, si attesta su circa 100 chilometri di tunnel lavici, con molta probabilità questo dato è fortemente sottostimato. Ovviamente la vastità del territorio nonché le nuove eruzioni, danno la certezza che moltissimi siano i tunnel ancora da esplorare.  



Bibliografia:


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martedì 3 maggio 2022

Non chiamiamolo semplicemente fango...



Se c'è una cosa che riesce ad accomunare praticamente quasi tutte le grotte e le esperienze di ogni speleologo è quella cosa che chiamiamo fango Morbido, pastoso, liquido, oppure secco, il fango è un deposito tanto ubiquo quando eterogeneo. Un qualcosa solo apparentemente semplice. Sulla composizione, la natura e la genesi di questi depositi si possono fare molteplici ricerche e caratterizzazioni mineralogiche e questo è ben noto. Meno noto è che molti di quei fanghi in cui spesso ci imbattiamo, in certe condizioni, sono dei veri e proprio ecosistemi microbici altamente specializzati. 



Qui per esempio ci troviamo davanti ad un classico pavimento composto da zolle di fanghi parzialmente disseccati: una formazione in gergo definita mud cracks. Un composto che conserva al suo interno ancora un notevole grado di umidità ma che per condizioni strutturali della grotta non è più soggetto a fenomeni di riempimento e sedimentazione. Tanto da essersi in parte contratto creando appunto una sorta di piastrelle compatte che aderiscono al substrato roccioso. Un deposito che sembra quindi poter contare unicamente sull'apporto di umidità legato alle correnti d'aria. Questa in particolare è una zona della grotta che in passato è stata chiaramente soggetta a fluttuazioni del livello di falda e che ha vissuto un regime anche freatico. Volendo sintetizzare il fondo di un vecchio sifone o quasi sifone ormai completamente scollegato da ogni flusso idrico. La roccia madre è un calcare selcifero, ma il sistema ha avuto una chiara origine SAS, ovvero legata a fluidi solfurei, attualmente non più presenti come scorrimento attivo. Questo passato ha però permesso la presenza in grotta di abbondanti depositi di solfati, (gesso) come prodotto della reazione tra carbonati e acido solforico. Solfati che si presume siamo finiti anche nei sedimenti e nei depositi fangosi. 



Se proviamo ad alzare una di queste belle mattonelle di fango, cosa troviamo sotto? Troviamo che le stesse aderiscono alla roccia madre con una sorta di interfaccia costituita da una sottile pellicola di carbonati, calcite apparentemente molto pura, fortemente alterata e polverosa, ma capace di conservare una struttura complessa a nido d'ape: alveolare con bolle e cavità più o meno profondi, di dimensione costante, tutte sviluppatesi in una sottile pellicola di calcite di alcuni millimetri. La pellicola conserva una sorta di stampo e controstampo degli alveoli, di cui la parte positive, le emisfere, appare molto più alterata tanto da sbriciolarsi, mentre la struttura a rete ottenuta dalla coalescenza degli alveoli ha una sua rigidità e appare fortemente coesa alla massa fangosa del sedimento. 




E se guardiamo di lato sul bordo della piastrella cosa vediamo? Beh vediamo chiaramente che la struttura del sedimento non appare omogenea, ma finemente stratificata, con zone più chiare e zone o bande più scure, nere, oltre che zone dove il colore del fango appare alterato sul rossastro. Guardando una cosa del genere la prima cosa che viene in mente è ovviamente la colonna di Vinogradskj. Ovvero la rappresentazione di un ecosistema microbico stratificato, dove convivono in simbiosi batteri aerobici e anaerobici, una vera e propria colonia funzionale. La colonna classica, oggetto di infiniti esperimenti educativi, presuppone anche batteri fotosintetici, ovvero rappresenta un ecosistema il cui input energetico primario è rappresentato dalla luce solare, ma come sappiamo bene anche in assenza di sole come in grotta i batteri chemiosintetici fanno miracoli. E cosa può servire a questi simpatiche bestioline? Beh in condizioni di metabolismo anaerobico si possono facilmente accontentare di solfati da ridurre in solfuri ottenendone energia. Gesso che come abbiamo visto in questa grotta non manca. Poi se nella colonna ci mettiamo anche un poco di carbonati, che anche quelli non mancano, ecco la che la vita della colonia si stratifica e si arricchisce. 



Cosi osservando al microscopio un taglio fresco di questo sedimento, riconosciamo una selva di piccole chiazze. Tra le quali i neri rappresentano quasi certamente colonie di batteri solfo riduttori che inoltre producono come scarto anche idrogeno solforato.



Cosa succeda alla base del sedimento nello spazio di interfaccia con il carbonato non è proprio semplice da immaginare in particolare per spiegare quel tipo di struttura alveolare. Certo è che se l'idrogeno solforato raggiunge nel sedimento umido la base e trova magari nell'interfaccia anche un poco di ossigeno che filtra dalle crepe, ossidandosi ovviamente reagisce con i carbonati creando una liberazione di gas che potrebbe avere a che fare con la forma alveolare che assume questa pellicola di calcite e qui mi fermo perché la faccenda si fa complicata.
Tra le tante cose incerte, una però è chiara: anche sollevando un semplice frammento di fango si può finire in un mondo misterioso e pieno di vita.