martedì 25 agosto 2020

Il sistema Prometeo-Rava Bianca: la prima giunzione dei Monti Lepini (Lazio)




(A. Benassi, F. Casadei, R. Pettirossi, P. Turrini)


Dalla scorsa settimana l’Abisso Prometeo (La 2239) non esiste più: grazie alla giunzione con il vicino Ouso della Rava Bianca (La 240), le due grotte si sono infatti fuse nel primo complesso dei Monti Lepini. Da sempre patria della speleologia romana e non solo, questo complesso montuoso a sud di Roma è sempre stato avaro con gli esploratori. Nonostante le esplorazioni siano iniziate già nel 1926, e si aprano oggi in queste zone oltre 500 grotte (circa un quarto di tutte quelle conosciute nella regione Lazio), fino alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso, quasi nulla si sapeva del carsismo profondo e delle potenzialità di questa area carsica. Potenzialità enormi, con dislivelli tra aree di assorbimento e sorgenti, di oltre 1300 metri: carsismo superficiale esasperato eppure pochissimi fenomeni profondi. Dalle campagne del Circolo Speleologico Romano, alle esplorazioni dello Speleo Club Roma, per passare agli Speleologi Romani, e all’ASR ‘86, fino alle campagne del GS CAI, tutta la speleologia del centro Italia si è confrontata in ricerche ed esplorazioni in queste montagne, raccogliendo un grande patrimonio di informazioni base per ogni successiva ricerca. Tale è continua è stata la presenza della speleologia sui monti Lepini e a Carpineto in particolare, da aver portato in anni lontani alla nascita di locali sezioni di appassionati e speleologi. Esploratori come Vincenzo Battisti, che sono rimasti attivi sul territorio per decenni e hanno contribuito anche alla divulgazione e conoscenza del carsismo come patrimonio. Come non ricordare inoltre l’enorme e fondamentale lavoro di Alberta Felici: “Il carsismo dei Monti Lepini (Lazio) Il territorio di Carpineto Romano” Un volume uscito come Notiziario del Circolo Speleologico Romano nel 1977. Un monumentale e sistematico catalogo di oltre 270 cavità. Un lavoro enorme, che oltre ad un rigoroso inquadramento geologico e strutturale dell’area, è il risultato di una lunghissima campagna di prospezione sul terreno, dove ogni fenomeno, piccolo o grande, viene esplorato e documentate, con dovizia di particolari e informazioni circa correnti d’aria e possibili prosecuzioni. Un raro esempio di condivisione totale al servizio delle esplorazioni future. Un lavoro che ancora oggi a quasi mezzo secolo di distanza viene consultato e conserva importanti spunti per nuove esplorazioni. Tanti anni di ricerche portano inoltre a teorizzare le possibili vie di drenaggio profondo e l’esistenza di sistemi complessi, come si vanno scoprendo in quegli stessi anni in giro per l’Italia. Alcuni in segno di buon auspicio, danno anche un nome a questo ipotetico complesso “Lepinia”. Purtroppo i Lepini sono avari: i loro meandri sono stretti, bagnati e ancora stretti. I sogni di generazioni di speleologi si infrangono su strettoie e sifoni. Qualcosa cambia quando il GS CAI riprende le esplorazioni all’Abisso Consolini e supera la profondità di -500. Le grotte dei Lepini assurgono alle massime profondità della regione Lazio e cosa fondamentale si dimostra che un carsismo profondo esiste ed è esplorabile. Gli anni ‘90 e poi il primo decennio del nuovo millennio confermano che oltre quei meandri e quei passaggi semisifonanti esiste un mondo profondo tutto da esplorare. Solo per citarne alcune basta fare i nomi dell’Abisso di Monte Fato (-336), Campo di Caccia (-610), l’Erdigheta (-415), l’Occhio della Farfalla (-453), l’Ouso di Passo Pratiglio (-840), la Rava Bianca (-715) e per ultimo Prometeo (-760) e Raul (-500), confermano che forse quel sistema profondo si può documentare. Anzi tra esplorazioni e colorazioni prendono forma due principali reticoli carsici: uno a nord-est relativo all’altopiano di Gorga, l’altro a sud-ovest che comprende la dorsale del monte Capreo-Semprevisa-Erdigheta e la grande valle di Pian della Faggeta. Qui tutte le acque di questa porzione di montagna sembrano dover defluire verso una serie di risorgenze temporanee e cavità parzialmente allagate: Bocca Canalone, Ciaschi, Uomo morto, Isola, e ovviamente Grotta del Formale. Il dislivello potenziale supera il chilometro e le distanze fanno sognare. Ancora una volta è Alberta Felici negli anni ‘90 che inseguendo una sua intuizione, confermata dall'immersione dello speleosub Massimo Bollati, mette in atto un progetto sistematico di esplorazione di quest’ultima grotta. Svuotando un sifone dopo l’altro la sua squadra esplora quasi quattro chilometri di condotte freatiche: un reticolo di grandi gallerie che confermano che Lepinia e le sue acque segrete passano sotto il paese di Carpineto Romano. Le esplorazioni si fermano solo per le difficoltà tecniche di tenere svuotati i sifoni. Negli anni seguenti, ogni volta che esploravano qualcosa di profondo, Alberta dopo averci ascoltato, concludeva sorniona: “Io vi aspetto al Formale!”.
Il sistema Prometeo-Rava sembra porsi in questa prospettiva come uno dei rami medio-alti di questo grande complesso. L’Ouso della Rava Bianca, esplorato dal GS CAI Roma anche con la partecipazione di speleologi di altri gruppi romani e non solo, diventa nei primi anni 2000 la grotta più profonda della regione con una profondità di circa -715 metri. La grotta dopo un tratto prevalentemente verticale, raggiunge a circa -676 metri un grande collettore che sembra dirigersi proprio verso il Formale. Purtroppo un tratto semisifonante ostacola in parte le esplorazioni. Nel 2006 il lago è superato da pochissime persone per scoprire che oltre il collettore prosegue con grandi dimensioni per forse un centinaio di metri fino ad un tratto questa volta sifonante. Lungo la strada sono però molti i punti interrogativi e gli arrivi importanti. La grotta ha già l’aria del sistema, ma profondità e acqua raffreddano gli animi. Bisognerà attendere il 2011-2013 perché la Rava si arricchisca di un ulteriore grande ramo molto acquatico che però si sviluppa ad est della struttura principale, dirigendosi nella parte a monte del collettore. La scoperta nel 2017 da parte di altri speleologi (Cfr. Cronologia) del vicinissimo ingresso di Prometeo (circa cento metri in linea d’aria) riaccende l’interesse per la zona. Che le due grotte dovessero far parte del medesimo sistema era più di un sospetto: totalmente ignoto invece il punto dove potessero andare a congiungersi. La giunzione realizzata la settimana scorsa ad una profondità di circa -750 (rilievo definitivo del sistema in fase di elaborazione) ci ha portato ad innestarci direttamente nel collettore principale della Rava Bianca. Non conoscendo direttamente il collettore della Rava, al momento della giunzione l'idea è stata quella di essere arrivati nel tratto non rilevato dopo il primo lago semisifonante. Le poche impronte presenti ed il racconto di un grande arrivo in questo tratto ci traggono però in inganno. Una volta fuori collegando i due rilievi e la poligonale tra gli ingressi le cose appaiono diverse. Dalla sovrapposizione del tratto di collettore che abbiamo rilevato appare evidente che siamo sbucati molto più a monte di quanto pensassimo: praticamente ad una cinquantina di metri dalla prima confluenza tra il ramo verticale della Rava con un grosso arrivo. In pratica Prometeo si sviluppa vicinissimo alla struttura della Rava e cosa molto interessante, ne rispecchia in tutto direzioni e andamento. Guardando il rilievo sembra di avere davanti l'ombra della Rava, un suo gemello proiettato e traslato circa 50-70 metri a nord-ovest fino a sbucare da un camino già notato nelle esplorazioni del 2005. Questa giunzione conferma l’importanza strutturale del collettore della Rava, che diventa a questo punto la frontiera su cui concentrare i futuri sforzi esplorativi. Che si tratti di possibili bypass o di tentare un immersione il gioco vale la fatica. La quota finale, 410 slm risulta infatti ancora alta rispetto a quelle raggiunte tanto nella Grotta del Formale, quanto recentemente nel vicino Abisso Raul, facendo sperare in un sifone sospeso. Se a valle il sogno è galoppare in galleria verso il Formale, a monte il tassello Prometeo-Rava potrebbe arricchirsi di ulteriori frammenti. Il vicino Abisso Dumanzi rappresenta infatti una appendice idrologicamente collegata ed una colorazione ha dato esito positivo facendo immaginare tratti aerei percorribili. Ma è ancora più a monte che il sistema potrebbe riservare grandi sorprese. Mentre la Rava Bianca ad una quota di circa 1125 slm, si comporta da ingresso basso, il vicino Prometeo a quota 1175 slm si comporta da ingresso meteo-alto, ma con una circolazione d’aria decisamente insufficiente a spiegare da solo l’enorme flusso l’aria uscente dalla Rava. Questo fa chiaramente immaginare come i quasi trecento metri di dorsale sovrastante possano nascondere strutture importanti. Che la zona del Monte Capreo sia generosa di ventarole e buchi soffianti e cosa nota a tutti da decenni, purtroppo fino ad ora anche gli sforzi dei più volenterosi si sono infranti sulla ennesima strettoia. Alla luce però di questo nascente complesso, forse gli sforzi si moltiplicheranno e potrebbe essere la volta buona. Come già detto, dal punto di vista strutturale è interessante notare come la struttura di trasferimento verticale di Prometeo fino alla giunzione con il collettore ricopi traslata la struttura verticale della Rava, mettendo in evidenza come le due siano controllate dai medesimi fasci di fratture. Questo unitamente ai due rami paralleli che erano già presenti, porta ad immaginare come sia possibile la presenza di ulteriori reseau paralleli anche più a valle. Dal punto di vista idrologico, l'apporto di Prometeo sembra essere dominante con un flusso maggiore, ma si tratta di osservazioni ancora preliminari da verificare. Lungo la via verso giunzione, si identificano diversi arrivi importanti a partire dalla profondità di -250 circa (Sala del Compleanno). Nella maggior parte dei casi si tratta di fusi e camini importanti che potrebbero essere altrettante vie verso ipotetici ingressi alti. Un altro arrivo importante si individua per esempio nella Sala della Dama Bianca, alla profondità di -550. Qui in testa ad una grande colata attiva, 20-30 metri in alto, si individua l'imbocco di un possibile meandro. Anche più in profondità alcune finestre fanno pensare ad un possible livello di gallerie fossili di sicuro interesse esplorativo. In corrispondenza di alcuni di questi punti, sono state inoltre notate nette correnti d'aria entranti che potrebbero confermare la presenza di ulteriori ingressi alti. Viste le grandi dimensioni, la circolazione d'aria sul collettore del fondo non ci è apparsa chiarissima e merita sicuramente una attenta valutazione. Dal punto di vista storico, le esplorazioni del 2006 riportano chiaramente la presenza in estate di una forte corrente d'aria proveniente dalla zona dopo il lago semisifonante. Considerato che Prometeo che si comporta da moderato ingresso alto, si è innestato a monte, è quindi certa l'esistenza di una struttura a valle che funziona da importante ingresso meteo-alto. Struttura da cercare nell'area di montagna immediatamente a nord ovest. Praticamente una delle ventarole del Capreo. Il fatto che il sistema Prometeo-Rava si sviluppi in una zona estremamente ristretta di montagna, ci porta inoltre ad una interessante riflessione. Il sistema esplorato si sviluppa attualmente sotto circa 1/5 di chilometro quadrato di superficie mentre l'esplorato attualmente (rilievi in elaborazione) si aggira intorno ai 3,5-4 chilometri di sviluppo spaziale portando quindi ad una altissima densità di vuoti carsificati. Considerato che l'area della dorsale Semprevisa-Capreo appare omogenea del punto di visto litologico e strutturale per almeno un paio di chilometri quadrati, le potenzialità del sistema appaiono molto allettanti. La speranza aiuta sempre ad esplorare, ma a titolo di comparazione, una tale livello di carsificazione profonda, appare del tutto comparabile a quello presente nei grandi complessi carsici delle apuane o del marguareis. Ovviamente li le cose sono ben verificate dalle esplorazioni, mentre qui per ora siamo ancora a livello di ipotesi, ma forse a patto di impegnarsi seriamente alla fine i Monti Lepini potrebbero non avere molto da invidiare in quanto a carsificazione rispetto ad altre aree carsiche ben più famose. 
Poche settimane fa, in Toscana una grande giunzione ha regalato alla Speleologia italiana un complesso di oltre 63 chilometri. La giunzione tra Prometeo e Rava, sebbene abbia permesso la nascita di un complesso di circa 760 metri di profondità (seconda grotta del Lazio) e di quasi quattro chilometri di sviluppo spaziale (dati da ancora da verificare con esattezza) è per ora di un altro ordine di grandezza. Ma ci dimostra che anche in questa regione si può pensare a sistemi carsici in grande. Forse tra qualche anno, guardando come i pezzi di questo grande complesso si saranno incastrati, potremmo ricordare con un sorriso i tempi lontani in cui esistevano solo singole grotte, pensate ed esplorate come mondi isolati. Per realizzare decine di chilometri di esplorazioni però ci vogliono centinaia e centinaia di punte. Punte che devono essere fatte da decine e decine di speleologi in primo luogo motivati e appassionati, ma anche tecnicamente preparati. Le grotte non regalano nulle e quelle nei Lepini forse meno che altrove, ma come abbiamo visto, se si vuole credere in un grandioso progetto comune, lo spazio c’è per tutti. E’ ora di cominciare ad esplorare per davvero, e ora di pensare ad un grande complesso per tutta la Speleologia Laziale e non solo!

Schema generale dei sistemi carsici dei Monti Lepini. Da G.Mecchia M. Piro (2013) Modificato
(Vista la scala dello schema la posizione di Prometeo è indicativa in quanto troppo vicino per potersi disegnare separato. Nella realtà va pensato ancora più vicino all'ingresso della Rava bianca lungo l'asse SE)



Tavola GS CAI 2007  Modificata.. 
Il rilievo di Prometeo è ancora in fase di elaborazione, ma si nota coma il punto di giunzione sia prossimo 
alla confluenza, mentre l'intera struttura ripercorre in parallelo il tratto di trasferimento verticale della Rava. 
Le correnti d'aria osservate sia in questa punta che citate in bibliografia, fanno ipotizzare la presenza di altri 
sistemi che si potrebbero sviluppare nella fascia di montagna appena a NO e che andrebbero ad innestarsi nel
 collettore.  





Ingresso di Prometeo

I salti dopo il Pozzo Arravaciao a circa -630... oltre 150 metri di corde spariscono rapidamente...

L'ultimo pozzo porta ad una grande sala dove si intercetta una galleria...









Davanti alla grande galleria che viene da monte e va verso valle c'è una certa perplessità...
Si tratterà del collettore della Rava Bianca? Sarà giunzione e sopratutto dove?




Percorrendo il grande collettore dopo alcune decine di metri compaiono le prime tracce...fino ad una cordella lasciata dalle  esplorazioni nel 2005! La giunzione è certa. Proseguendo arriviamo nei pressi dello pseudo-sifone.








La Sala Ciao Rava! diventa così il punto di giunzione delle due grotte, con il punto di rilievo marcato 127. Accanto un piccolo omino e due frecce indicano la direzione per l'ingresso di Prometeo e quello della Rava. 





Cronologia esplorazioni Abisso Prometeo


06-05-2017
Scoperta dell’ingresso:
D. Agrifoglio, P. Forconi, L. Russo

14-05-2017
Disostruzione dell’ingresso e scoperta di un p40:
D. Agrifoglio, P. Forconi, L. Russo, F. Sciaudone

20-05-2017
Disostruzione ed esplorazione fino a circa -60m:
P. Forconi, L. Russo, P. Turrini, V. Danieli

27-05-2017
Disostruzione ed esplorazione fino a Sala Cozza circa -80m:
D. Agrifoglio (?), M. Baldoni (?), P. Forconi, F. Nozzoli, L. Russo, F. Sciaudone, P. Turrini

10-06-2017
Esplorazione fino a pozzo Di-vino, circa -100m:
D. Agrifoglio, M. Baldoni, P. Forconi, L. Russo, F. Sciaudone, P. Turrini

17-18-06-2017
Esplorazione, disgaggio e armo pozzo “Io non ho paura” fino a circa -220m:
M. Baldoni, P. Forconi, V. Nicolia, L. Russo, R. Pettirossi, P. Turrini

25-06-2017
Esplorazioni sala del Compleanno, fino a circa -250m:
P. Forconi, L. Russo, (c’era qualcun altro?)

01-07-2017
Armo e discesa pozzo “Il Viaggio” (p90), fino a circa -400m:
G. Antonini, M. Baldoni, P. Forconi, R. Pettirossi, A. Rosa, L. Russo, P. Turrini

15-07-2017
Esplorazione Canyon fino a circa -450m:
M. Baldoni, T. Biondi, P. Forconi, R. Pettirossi, L. Russo, P. Turrini, Zairo (il suo nome?)

21-01-2018
Risalita nella prima parte della grotta a -60
F.Casadei, F. Sciaudone, M. Mulargia, M. Baldoni, P. Forconi

02-06-2018
Risalita alla sala del Compleanno, a circa -250m:
M. Baldoni, A. Rosa, F. Romana Ajale, M. Puletti, L. Russo

08-09-2018
Esplorazione fino a Galleria del campo, circa -550m:
M. Baldoni, A. Benassi, F. Casadei, R. Pettirossi, L. Russo, P. Turrini

29-09-2018
Esplorazione fino a pozzo ARavaCiao, circa -600m: A. Benassi, R. Pettirossi, P. Turrini
Si fermano al campo base a -550m e tornano indietro: L. Russo e M. Puletti

08-08-2020
Esplorazione fino a Congiunzione con collettore Rava Bianca a -760m
A. Benassi, F. Casadei, R. Pettirossi, P. Turrini



La punta che ha portato alla giunzione è stata purtroppo accompagnata da una serie di polemiche e accuse di 'pirataggio' da parte di alcuni nei nostri confronti. Le polemiche durante le esplorazioni non sono una novità, è un fatto però che in questo caso le discussioni, principalmente diffuse tramite social, sono sfociate anche in ingiurie e offese personali, gratuite e pesanti. Visto il contesto ed il tono abbiamo preferito evitare inutili battibecchi che avrebbero portato solamente ad acuire la situazione già al limite del decoro e della volgarità. Non rispondere via social, non vuol dire però assolutamente che siamo in torto. Le accuse di pirataggio sono totalmente inconsistenti. 
Come si può vedere dalla cronologie delle esplorazioni, gli autori sono parte degli stessi esploratori che hanno condotto tutta l'esplorazione, mentre i materiali utilizzati sono il frutto di impegno economico collettivo. 
Senza voler sollevare ulteriori polemiche e tenendoci lontani dal rispondere alle ingiurie e alle gravi offese che ci sono state indirizzate, ci teniamo quindi a difendere il nostro onore e la nostra correttezza rinviando al mittente le fantasiose accuse ed invitando tutti a fare più speleologia in grotta che sui social.  






BIBLIOGRAFIA:

BOLLATI M.:"Il Formale a Carpineto Romano", in Bollettino Speleo Club Roma, n°11, 1994, pp.33-35
BULLI C. MANCINI B.:"Ouso della Rava Bianca: un'altra via per il fondo?" in Speleologia del Lazio n°7, 2014, pp.73-78
CAPPA E.:"Novità al Formale", in Bollettino Speleo Club Roma, n°12, 1996, p.59
CAPPA E.:"Il Formale di Carpineto Romano", in Speleologia, SSI, n°37, dic. 1997, pp.13-20
DALMIGLIO P.: "Geografia sotterranea dei Monti Lepini", in Speleologia del Lazio, n°7, 2014, pp.24-41
FELICI A. "Il carsismo dei monti Lepini (Lazio): il territorio di Carpineto Romano" in Notiziario del Circolo Speleologico Romano, anno XXII, n°1/2, 1977, pp.3-224
FELICI A. GIURA LONGO A- GRASSI L & TRIOLO I.:"L'essplorazione della grotta Ciaschi apre la porta alla scoperta del drenaggio profondo dei Monti Lepini (Lazio Italia). Atti XVII Congresso Nazionale di Speleologia (Castelnuovo di Garfagnana 1994) volume prima, 1997, pp.25-30
GIURA  LONGO A. TAVERNITTI M. MAZZEO R., "Esplorazione della Rava Bianca", in L'Eco del Pipistrello: Gruppo Speleologico CAI Roma, n°1, 2007, pp.33-48
MECCHIA G. MECCHIA M. PIRO M. BARBATI M.:"Le grotte del Lazio. I fenomeni carsici elementi della geodiversità." Regione Lazio, Collana Verde dei Parchi, Serie Tecnica n°3,2003
MECCHIA G. PIRO M.: "Monti Lepini". in Speleologia n°68, Giugno 2013, pp. 26-30
OLIVETTI V., MECCHIA M., GIGANTE C.: “Le acque segrete dei Monti Lepini, nuove colorazioni e ipotesi idrogeologiche.“ in Atti V Convegno di Speleologia del Lazio, Notiziario n°16 Speleo Club Roma, 2012, pp.42-47
ZAMBARDINO A. TURRINI P. BATTISTI V.:a cura di "Speciale Atti del Convegno Carpineto Città della Speleologia", in Speleologia del Lazio, n°7, 2014, pp.42-78



mercoledì 27 maggio 2020

Abhkazia, terra di abissi

Se domandiamo a qualcuno, quale sia la montagna più alta del pianeta, tutti risponderanno al volo e correttamente. Se insistiamo nel domandare la seconda montagna più alta del globo ancora una volta tutti o quasi compiaciuti risponderanno in modo esatto. Ma se proviamo ad insistere e chiediamo quale sia la terza... allora gli sguardi di quasi tutti si volteranno in giro provando a cambiare discorso. Solo 25 metri di altezza separano il tanto superbo quanto quasi sconosciuto Kangchenjunga dalla fama planetaria del K2. Un inezia, eppure tanta basta. Questo se parliamo di alpinismo, e per le grotte? Per le grotte è molto peggio. La carriera e la fama 'popolare' di una grotta è un qualcosa di molto eccentrico: alcune diventano famosissime a livello globale, altre restano ignote a tutti tranne a chi le frequenta. Se proviamo a basarci sulle stesso criterio usato per la fama delle montagne, molto riduttivo per carità ma pur sempre un criterio, anche in questo caso sarà facile rispondere alla domanda sulla grotta più profonda attualmente conosciuta. Veryovkina, risponderà lo speleologo ben informato sui fatti internazionali. E la seconda? Ancora più facile, la mitica Krubera! Posta praticamente a due passi dalla prima. Un po come il Lhotse accanto all'Everest. Ma la terza? E la quarta?  E qui calerebbe un gelido silenzio seguito da una rapida consultazione a wikipedia. Beh come si dice non è mai troppo tardi per imparare e cosi anche solamente dando un occhiata a Wikipedia si scoprirebbe che l'Abhkazia è proprio una terra d'abissi. Un posto dove andare in profondità più che un eccezione è quasi la regola. A patto ovviamente di dedicare anni, anzi decenni all'esplorazione. Cosi oltre alla prima e alla seconda, facciamo conoscenza di Sarma, un mostro da 1830 metri di profondità, seguita da Illyuzia-Mezhonnogo-Snezhnay, una cosetta da appena -1760 metri. Tutte li, in questo staterello dal destino incerto. Ma se le prime tre, insieme a molte altre ovviamente, si aprono tra i monti di Arabika, un modesto massiccio che loro stesse hanno reso famoso nel mondo, la quarta, ignota ai più, si apre in un luogo altrettanto ignoto, il massiccio dello Bzyb o Bzibsky range.
Ovviamente ignoto per modo di dire. Infatti delle quattro è proprio questa forse è la più interessante se prendiamo in considerazione anche un altro criterio: la sua grandezza, il suo sviluppo. 
Con oltre 32 chilometri di esplorato Illyuzia-Mezhonnogo-Snezhnay è indubbiamente il sistema carsico più complesso e studiato in Abhkazia. Praticamente si snoda sotto una intera montagna. Un sistema la cui esplorazione ha richiesto praticamente mezzo secolo di spedizioni russe, dal 1971 a oggi. La sua scoperta ed esplorazione è il risultato di una complessa campagna che negli anni ha interessato tutto il massiccio, studiandolo a fondo nelle sue potenzialità, sopratutto in relazione alle grandi, anzi enormi risorgenze poste a sud. Una compagna di esplorazione che ha infatti prodotto una grandissima quantità di abissi di misura standard... ovvero fino ai -1000 come Napra e altri dagli impronunciabili nomi in cirillico. Un destino particolare quello della grotta di  Snezhnay, eterna seconda. Profonda quasi -1400 già negli anni '80 del secolo scorso, è sempre stata un passo indietro rispetto alle prime e questo ne ha offuscato la fama popolare. Eppure già 30 anni fa, appena la caduta della cortina di ferro ha reso possibile guardare con i propri occhi le immense possibilità dell'est, anche dall'Italia partirono attratti dal fascino di questo grande sistema. Come si può leggere nel bell'articolo pubblicato sul numero 23 di Speleologia, il G.A.S.V di Verona con la spedizione Caucaso '90 aveva intenzione di andare proprio li, al fondo di quel bestione ipogeo per continuare le esplorazioni. Obiettivo ambizioso e che probabilmente avrebbe dato i suoi frutti se la spedizione non fosse stata colpita da una serie di sfortunati imprevisti che fecero perdere una parte importante dei materiali. In tutti i casi il gruppo riuscì a visitare la grotta in profondità, dovendosi confrontare anche con i vecchi sistemi d'armo sovietici...ovvero con una grotta armata su e per cavo d'acciaio e non per corda. Altri tempi! Tempi, un poco eroici, un poco epici. Tempi in cui non esisteva Google Earth e neanche le e-mail, tempi in cui per trovare una carta topografica non bastava una ricerca su google ma se andava bene ci voleva un mese per farsela spedire dall'istituto di Stoccarda. Tempi in cui non c'erano voli low cost e una spedizione era un impegno serio in quanto a denari! Talmente serio che era il caso di studiarci tanto, pensarla bene e farla meglio! 



Risultati di ricerca

Risultati web

Quadro d'insieme dei due principali e più studiati massicci carsici dell'Abhkazia: Arabika a nord ovest e lo Bzyb a sud est. Decenni di assidue esplorazioni hanno permesso di acquisire una profonda conoscenza di entrambe le zone dal punto di vista speleologico. Oltre alle prima 4 cavità del pianeta per profondità, si trovano qui moltissime altre grotte 'minori' per gli standard Abkhazi... ma profondissime per i nostri.

Visione della parte sud orientale del massiccio della Bzyb con il rilievo del sistema Snezhnaya-Mezhennogo-Illyuziya e i principali ingressi.


Carta topografica del massiccio dello Bzyb. L'area cerchiata identifica tutta la parte sud orientale del massiccio sotto cui si sviluppa l'enorme sistema Snezhnaya-Mezhennogo-Illyuziya.

Sezione del sistema Snezhnaya-Mezhennogo-Illyuziya  aggiornata al 2018
Pianta del sistema aggiornata al 2015



lunedì 10 febbraio 2020

Wandrass






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venerdì 10 gennaio 2020

Alto Atlante 2020



"Atlante nemico dei Numi, che tutti sa del mare gli Abissi, che regge i pilastri alti, che l'un dall'altro dividono il Cielo e la Terra". 
Odissea - Libro I

Partirà il prossimo 16 gennaio una nuova Spedizione-Survey speleologica nell'Alto Atlante del Marocco. La scelta del periodo invernale per andare a perlustrare zone oltre i tremila metri di quota è chiaramente dettata dalla speranza di sfruttare la circolazione d'aria per discriminare gli obiettivi buoni. Il Marocco nonostante una grandissima estensione di superfici calcaree non è una destinazione facile per la speleologia. Le aree da perlustrare sono enormi, le tracce epicarsiche quasi sempre assenti o fortemente mascherate e in estate chiaramente l'acqua è un problema quasi irrisolvibile sopratutto per lunghe permanenze in alta quota. Almeno quest'ultimo problema in inverno si risolve facilmente a patto di avere abbastanza benzina per fondere la neve. Allo stato attuale delle conoscenze l'Alto Atlante in particolare (parliamo di una zona vasta come l'intera catena alpina) appare ancora particolarmente avaro di fenomeni carsici profondi questo nonostante non siano mancate negli anni numerose spedizioni, principalmente francesi, ma anche inglesi e italiane. Anche noi non siamo nuovi a spedizioni in quel paese e questa nuova survey riprende infatti le fila di un discorso iniziato molti anni fa e continuato recentemente proprio con una survey invernale nel 2015 durante la quale proprio il marcatore delle correnti d'aria sullo strato nevoso, (anche a causa delle enormi differenze di temperatura tra notti invernali e aria dei sistemi -15 vs 12) si è confermato forse l'unico modo di realizzare una survey seria in quelle zone, Questa volta tenteremo la fortuna in alcuni massicci posti ad una trentina di chilometri più a sud, in una zona compresa sempre nell'area del Jebel M'Goun. Le zone scelte risultano infatti composte da una facies carbonatica che fa sperare e con la presenza di importanti risorgenze presso i bordi delle unità litologiche. Zone che dalle abbondanti ricerche bibliografiche risultano non essere state oggetto di precedenti spedizioni speleologiche organizzate e men che mai di survey invernali. L'idea se tutto andrà come progettato, è quella di un lungo trek-transect di una dozzina di giorni in autonomia su circa 70 km di percorso attraverso una serie di grandi plateau fortemente carsificati. dove installare due o tre campi base da cui verificare le potenzialità e identificare potenziali target.


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Il maestoso Jbel Rhat dal passo del Tizi 'n Tirghist. Tutta la montagna oltre ad essere importante  zona di transumanza verticale estiva è da sempre un luogo simbolico caratterizzato da impressionanti quantità di incisioni rupestri che abbracciano un orizzonte di migliaia di anni. Il suo grande sinclinale contiene vaste zone carsificate ed è stato oggetto di una prospezione francese nei 1982 e quindi di una spedizione inglese nel 2001. Nel 2015 dopo aver perlustrato la vicina area del Jbel Tadaghast, anche noi vi realizzammo una breve survey.






Carte geologiche e geomorfologiche dell'area compresa tra il Jbel Rhat il Jbel Tignousti e il Jbel Mgoun. La zona è attualmente compresa nel nuovo grande Geoparco Unesco del Jbel Mgoun, istituito nel 2015 è il primo geoparco del continente africano. L'area contiene numerose aree carsiche a quote comprese tra i 2000 ed i quasi 4000 metri. Molte di queste risultano solo marginalmente studiate dal punto di vista delle potenzialità speleologiche.  

Il grande plateau carsificato del Jebel Tarkeddit, compreso nei calcari del Lias conosciuti come serie dell  Jbel  Rhat.  Una delle aree della survey. Le foto satellitari mostrano interessanti morfologie diffuse su tutta la zona. In bibliografia non risultano survey speleologiche espressamente dedicate alla parte alta del plateau, ma solo rapidi transiti nella zona compresa tra la testata alta della valle di Tessauot e le gole di Wandras con alcune grotte identificate nella parte bassa dell'area.  



Nessuna descrizione della foto disponibile.


Bibliografia


Benassi A. Marocco '95 - Jbel Ayachi (Alto Atlante centrale), Notiziario SpeleoClubRoma, n°12, 1996

Bouzekraoui H. Barakat A. Mapping geosites as gateways to the geotourism management in central high Atlas (Marocco), Quaestiones Geographicae 37(1), 2018

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mercoledì 18 dicembre 2019

Sulle tracce di Darwin, tra gli inesplorati gessi cileni.


Ancora una volta lo spunto per una nuova spedizione s'intreccia con il tentativo di ripercorrere le tracce di antichi naturalisti ed esploratori. Cosi dopo aver seguito Alfred Wallace nei carsi del lontano arcipelago di Waigeo in Papua, questa volta il gruppo Acheloos Geo Exploring, prova a seguire le orme lasciate da Charles Darwin nei suoi viaggi in Sud America. Se tutti conoscono la storia del lungo viaggio di cinque anni intorno al mondo sulla nave Beagle, non tutti sanno che oltre alle osservazioni legate al mondo botanico e animale, Darwin realizzò una enorme mole di osservazioni geologiche. Nel 1835, durante una sosta vicino alla città di Valparaiso, lungo le coste cilene, decise infatti di traversare a piedi le Ande fino alla città argentina di Mendoza: lungo gli antichi percorsi tracciati dall'impero Incaico. Da vero pioniere, disegnò per primo sezioni e profili geologici delle enormi catene montuose, cercando di tracciare anche una sequenza temporale degli eventi che potessero averle originate. Una visione a tutto tondo dei luoghi percorsi, capace di fissare quasi due secoli fa dettagli e informazioni valide ancora oggi. Seguendo le sue tracce, troviamo cosi la descrizione di una vasta area carsica composta da rocce evaporitiche, principalmente grandi domi diapirici di gesso, anidride e forse anche nuclei di halite che attende totalmente inesplorata dal punto di vista speleologico e morfologico:

"...at 7000 feet above the level of the sea, we first reach the gypseous formation. It thickness is very great. It consists in most parts of snowwhite, hard, compact gypsum, which breaks with a saccharine fracture, having translucent edges; under the blowpipe gives out much vapour; it frequently includes nests and exceedingly thin layers of crystallize, blackish carbonate of lime. Large irregulary shaped concretions (externally still exhibition lines of aqueous deposition) of blackish grey, but sometimes white, coarsely and brilliantly crystallized hard anhydride, abound within the common gypsum. Hillocks, formed of the hardest and purest varieties of the white gypsum, stand up above the surrounding parts, and have their surfaces cracked and marked, just like newly baked bread. (...) I saw only one fragment of selenite or transparent gypsum; and that perhaps may have come from some subsequently formed vein."

Nasce cosi all'inizio del 2018 l'idea di mettere in cantiere, come gruppo Acheloos, un progetto speleologica nelle Ande Cilene che proprio in onore del grande naturalista abbiamo voluto chiamare i “I gessi di Darwin”.
Il Cile è un paese poco noto dal punto di vista speleologico, e fino a meno di trentanni fa praticamente completamente ignorato. Nonostante l'incredibile quantità di montagne e di ambienti, sembrava infatti ai più, del tutto ostile al carsismo. Uniche eccezioni la famosa Cueva dello Smilodonte, sito paletnologico a livello mondale, resa famosa dal libro di Chatwin, e alcune grotte laviche sulla remota isola di Pasqua. In quel caso ad attirare i primi speleologi francesi, furono i racconti delle avventure di Thor Heyerdahl, il grande esploratore norvegese, che già aveva stupito il mondo con le gesta del Kontiki, e che sull'isola di Pasqua aveva deciso di continuare a stupire scavando per primo i misteriosi Moai e documentando proprio le altrettanto misteriose grotte sacre nascoste sull'isola. Queste sembravano essere le uniche grotte esistenti in tutta la nazione: questo almeno finché il documento giusto non capitò nelle mani giuste. Cosi dalla lettura di un vecchio articolo di un geologo italiano, Giovanni Cecioni, nacque la straordinaria avventura della speleologia francese sull'Isola Madre de Dios. Avventura che ha regalato al Cile e al mondo le meravigliose morfologie scolpite nei marmi della Patagonia. Il Cecioni la sapeva lunga, talmente lunga da stimolare con le sue note anche la scoperta e l'esplorazione delle grotte nei diapiri salini del Salar di Atacama. Esplorazioni che questa volta hanno fortunatamente visto coinvolti anche molti gruppi speleologici italiani. Il Cile, da paese senza grotte si è cosi trasformato negli ultimi anni, in un luogo caratterizzato dalla presenza di un carsismo dai caratteri estremi e peculiari. Attenzione, non parliamo infatti di profondità o lunghezze da record, bensì al contrario di morfologie e contesti del tutto unici. In questo campionario di stranezze si inserisce il nostro progetto. Se Darwin vide i grandi domi di gessi bianchi come la neve, anche il Cecioni non è stato da meno e infatti, anche questa zona della cordigliera centrale è stata oggetto di una sua piccola nota. Una nota in cui il nostra autore, descrive anche la presenza di un potenziale grande ghiacciaio di sale, quello che oggi definiamo un Namakier alla testata del Rio Negro, uno dei rami sorgentizi del Rio Maipo. un nucleo diapirico di halite, ovviamente protetto dal suo caprock. La zona non è proprio l'ambiente desertico dove normalmente sopravvivono i diapiri salini, (caratterizzati da una velocità di dissoluzione talmente alta rispetto a qualsiasi altra roccia carsificabile, da scomparire in brevissimo tempo se esposti all'erosione) eppure forse possiamo dare fiducia al nostro autore che non era certo nuovo alle osservazioni su questo tipo di carsismo. Inoltre sempre per nostra fortuna, si dimostra interessato anche alla presenza di fenomeni ipogei, riportando di seconda mano una nota presente in una tesi di laurea legata alla zona, Nella sua tesi del 1966, Borde indica infatti di aver risalito per oltre 300 metri una grande galleria. Lo studio delle carte e delle immagini satellitari della zona, ci mostra oggi inequivocabile la presenza di decine di domi, piccoli e grandi che si annidano lungo linee strutturali e di discontinuità, risaltando in tutto il loro biancore con incredibili morfologie ipercarsiche e glaciocarsiche. Megalapiez che creano grandi strutture a spina di pesce, penitenti e torrioni si alternano a campi di doline da soliflussione su morene di detriti nivo-glaciali. Per non parlare delle folli aree di carso con doline a honeycomb. Geologicamente il grosso di questi affioramenti è composto da gessi giurassici, conosciuti localmente con il nome di 'Yeso principal' e le morfologie infatti ricordano quelle presenti in alcune aree di gessi triassici in Albania o dei gessi delle montagne di Baisun Tau in Uzbekistan. Compresi in una zona lunga circa 300 chilometri a cavallo dei 70° di longitudine, lungo la frontiera tra l'Argentina ed il Cile, questi diapiri coprono complessivamente diverse centinaia di chilometri quadrati e si trovano sparsi su quote comprese dai 2600 agli oltre 4200 metri. Quote che ne fanno una delle aree carsiche gessose più alte al mondo. Mentre sul versante argentino alcuni di questi affioramenti sono stati oggetto di ricerca da parte della speleologia locale, sul versante cileno non sono mai state realizzate documentazione o esplorazioni. Come ho detto, andare a fare ricerca da quelle parti, prima che puntare a fenomeni ipogei di grande profondità o sviluppo, vuol dire focalizzarsi sulla documentazione di morfologie epigee carsiche e psedocarsiche molto peculiari. Detta in altri termini il posto vale più delle grotte che eventualmente può o non può contenere. Questo però non vuol dire che in alcuni affioramenti, in particolare in una concentrazione degli stessi posta lungo uno dei rami sorgentizi del fiume Maipo, non ci possano essere significativi fenomeni ipogei. Con circa 60 chilometri quadrati di superfici carsificate sparse su circa 20 differenti domi, questa zona presenta infatti numerose tracce della presenza di sistemi ipogei: inghiottitoi, risorgenze e grandi trafori sono immagini chiare di un carsismo ben strutturato. Il tutto circondato da un campionario pressoché completo di morfologie epigee ipercarsiche capace di trasformare alcune zone in paesaggi fiabeschi e surreali degni delle leggende sulla mitica Ciudad dei Cesari. Un luogo incantato simile all'Eldorato, che la mitologia cilena da secoli pone tra gli inaccessibili contrafforti della Cordigliera. A rendere questa zona ancora più interessante si pongono infine le importanti testimonianze archeologiche legate all'antico popolamento degli indio Mapuche scoperte negli ultimi anni proprio in questa zona, nonché il ruolo dell'alta valle del Maipo come via di transito, commercio e popolamento tra i due versanti delle Ande. Tracce archeologiche che proprio da una ricerca sistematica di potenziali fenomeni ipogei, potrebbe guadagnare ulteriori e importanti siti e record da studiare. Immaginare di esplorare questa zona, per quanto relativamente circoscritta, non appare però per niente banale. Raggiungere e perlustrare ognuno di questi affioramenti è infatti un avventura in se. Un avventura che ci chiederà anche di giocare ai piccoli andinisti considerato che le quote non sono mai banali e il clima e le condizioni ambientali sono quelle 'aspre' delle grandi montagne. Un paesaggio e un luogo in ogni caso spettacolare, che merita di essere documentato ed entrare tra i potenziali patrimoni geologici della nazione cilena. Un patrimonio che vogliamo iniziare ad esplorare e documentare con una prima spedizione appena il Cile supererà il triste periodo che sta vivendo in questi mesi e le condizioni sociali permetteranno nuovamente di dedicarsi con serenità alla ricerca.

Progetto a cura del Gruppo Acheloos Geo Exploring. Compilazione Andrea Benassi Phd




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Sito della Federazione Speleologica Argentina




Le sezioni geologiche della cordigliera prodotte da Charles Darwin nel 1835. Si notano i grandi domi diapirici di gesso. 

Quadro schematico della cordigliera centrale con l'area del vulcano quaternario Maipo


Dettaglio dell'area dell'alto Maipo con circa 60 chilometri quadrati di affioramenti evaporitici. Molti di questi domi presentano chiare tracce di fenomeni carsici ipogei strutturati.
Alcune delle morfologie ipercarsiche prodotte da un mix di soliflussione, criocarsismo ed erosione tradizionale 


Tipiche morfologie ipercarsiche capaci di generare un campo di doline alveolari o honeycomb


Grande domo evaporitico caratterizzato da morfologie a lisca di pesce o megakarren, controllati dalla fusione nivale e dai processi di condensazione giorno-notte.



martedì 5 novembre 2019

In grotta alla ricerca degli Dei dalle Stelle...





Foto aerea dell'area dove si apre la Cueva de los Tayos

Da alcuni anni la Speleologia intrattiene proficue relazioni con il mondo delle missioni spaziali. Speleologi e Astronauti si trovano uniti nel nome della ricerca e della conoscenza; nonché nelle emozioni davanti all’ignoto. Una ricerca che scivola dall'infinitamente grande dei viaggi spaziali all’infinitamente piccolo dei tortuosi meandri della mente. In pochi, ricordano però che questo tipo di collaborazione ha un precedente. Un precedente tanto sui generis quanto illustre, considerato che vide Neil Armstrong coinvolto in una delle più costose spedizioni speleologiche mai realizzate. Un precedente che dovrebbe farci riflettere e ricordare, che nonostante i nostri tentativi di raggiungere una realtà razionale e oggettiva, come diceva Aristotele l’uomo nelle sue azioni, non può non essere misura di ogni cosa. Con i suoi sogni, le sue paure e le sue speranze. Ma forse è il caso di fare qualche passo indietro e procedere con ordine. 
Risultati immagini per the gold of god daniken







 “A gigantic system of tunnels, thousands of miles in length and built by unknown constructors at someunknown date, lies hidden deep below the South American continent. Hundreds of miles of underground passages have already been explored and measured in Ecuador and Pent. That is only a beginning, yet the world knows nothing about it.” 


Cosi Erich Von Daniken inizia il suo libro Gold of God: portando nel 1973 all’attenzione del mondo una misteriosa grotta persa nella foresta del sud america. Un luogo di cui da anni si parlava e fantasticava nei mille racconti di avventurieri ed esploratori dell’Amazzonia. Negli stessi mesi in cui esce in tutto il mondo il libro di Daniken, la sonda Pioneer 10 inizia il suo viaggio verso Giove. Porta con se una placca d’oro disegnato da Carl Sagan. Un messaggio di pace e fratellanza per ogni possibile forma di vita extraterrestre. Sono anni di crisi e speranza: speranza in nuovi modelli sociali, economici e ambientali. Anni di esplorazioni spaziali ma anche di infinite scoperte sulla Terra. Anni di nuovi paradigmi e rivoluzioni nel modo di vedere il mondo. In tutto questo nella cultura popolare prende piede l’idea che il remoto passato e il futuro siano legati insieme dall’idea di non essere i soli nell’universo. Accanto all’enfasi per il nascente progetto SETI, l’ufologia dilaga nella cultura di massa e con essa mille versioni alternative della storia dell’uomo sul pianeta Terra. I più vari autori vanno a caccia di prove della presenza nel passato di visitatori alieni. Per l’archeologia misteriosa, i racconti di antiche divinità diventano prove di passati contatti con civiltà extraterrestri. Questo è il clima in cui nasce nel 1976 la spedizione Anglo-Ecuadoriana diretta alla Cueva de los Tayos: nelle remote regioni orientali dell’Ecuador. La grotta secondo Stan Hall, l’ingegnere inglese che presiedeva la spedizione, era chiaramente d’origine artificiale. Creata con mezzi sconosciuti da una civiltà che aveva avuto contatti extraterrestri e cosa fondamentale conteneva un archivio di libri d’oro in cui era narrata la vera Storia dell’umanità. In appoggio a tutto questo c’erano le parole di Daniken e le testimonianze di Juan Moricz, avventuriero ed esploratore ungurese-argentino, che nel libro descrivevano la loro avventura all’interno della grotta. Un avventura dai tratti fantastici e allucinatori, qualcosa di simile ai racconti del colonnello Fawcett alla ricerca della città di Z. Un viaggio sotterraneo tra statue di animali misteriosi, manufatti di materiali sconosciuti, fino ad arrivare al cospetto della sala della biblioteca. Un enorme archivio composto da migliaia di dischi d’oro e cristallo scritti in un linguaggio alieno e contenenti la Storia dell'umanità negli ultimi 250,000 anni. A testimoniare la veridicità di quanto narrato, esistevano inoltre molti reperti misteriosamente raccolti da un missionario: Padre Carlo Crespi Croci. Nato in Italia nel 1891, padre Crespi si era dedicato all’evangelizzazione degli Indios Shuar dal 1923 e in mezzo secolo aveva raccolto un grande quantità di oggetti che si diceva provenissero anche dalla grotta. Tra questi, grandi placche e lamine d’oro contenenti ideogrammi che avrebbero testimoniato una lingua sconosciuta e precedente a tutte le altre civilizzazioni del continente. Lamine d'oro che già avevano spinto, alcuni anni prima la chiesa Mormone a tentare una spedizione archeologica alla ricerca di quelle che credevano essere le tavole originarie del loro testo più sacro: il libro di Mormon. Apparentemente solo la difficoltà di arrivare nei luoghi ed esplorarli aveva impedito finora a chiunque di entrare in possesso di questo incredibile patrimonio di conoscenza. In questo clima, non fu cosi difficile per Stan Hall coinvolgere nel progetto un gran numero di istituzioni accademiche fino a convincere lo stesso Armstrong a ricoprire il ruolo di presidente onorario della spedizione. Raccolti sponsor e scienziati, ottenuto l’appoggio della Royal Air Force, nonché ovviamente del governo e delle forze armate dell’Ecuador, non restava che trovare un gruppo di speleologi che potessero garantire l’esplorazione accurata di ogni angolo della misteriosa grotta. Cosi Whalley dello Yorkshire Rambler’s Club racconta come cominciò per gli speleologi inglesi questa incredibile storia: 

 “If there is an epicentre, or wellhead, of British caving endeavour overseas, then surely the Craven Heifer at Ingleton could lay strong claim to fulfilling such a role. Many an expedition has been conceived on the back of a cigarette packet within the overcrowded austerity of its public bar. Certainly our involvement in the Los Tayos affair, itself a Scottish/ Ecuadorian venture, stemmed from a chance meeting there between David Judson and John Frankland, the CRO doctor, one Saturday evening in 1976. John spoke of being invited on an expedition to South America.The picture emerged of a huge undertaking of soldiers and scientists being airlifted to a remote Amazon Headwater location in order to descend a deep shaft. Apart from John Frank-land and Jim Campbell of the Grampian Speleological Society, both of whom would be committed to scientific duties, the only caver was Pete Holden of the Army and so, with only seven weeks to departure, the feeling developed that a few other cavers might be useful. Dave promptly telephoned the expedition leader, Major Chris Browne, with the offer to form a caving team. This was accepted, the team comprising Judson and myself with Arthur Champion of C.P.C., Dave Checkling of L.U.S.S., and Pete Cardy and John Harvey of S.W.C.C. None of us knew much about Ecuador, least of all its whereabouts, but we did have certain pertinent skills and a hunger for adventure in far-away places so we jumped at the chance. A briefing meeting was held at Redford Barracks near Edinburgh. Our objective was Cuevas de Los Tayos, the "cave of the oil-birds." The entrance shaft had been descended on a previous occasion although there appeared to have been little lateral exploration. We were shown slides taken of other slides projected onto the floral wallpaper of a Quito hotel, so the quality left something to be desired. The cave was situated by the Rio Santiago in the Cordillera del Condor, where the first foothills of the Andes rise above the Amazon Basin. The locals are the Jivaro Indians who acquired a reputation during their head-hunting past and managed to expel both Inca and Spaniard in their turn.The scientists on the expedition were mainly zoologists and botanists, over twenty in number with an equivalent contingent of Ecuadorians. The job of getting them there was undertaken by the army who, no doubt, viewed the exercise as a valuable opportunity for jungle training. There were various other individuals: a village constable, a peer of the realm, the "Nurse-of-the-Year," a film crew, an expert in thermo-lumines-cent dating and, as President, none other than the first man to step onto the moon, Professor Neil Armstrong.” 




Neil Armstrong
Armstrong con Holden, uno degli speleo inglesi, nelle parti più profonde della grotta










































Il resto di quest’avventura non fu purtroppo all’altezza dei sogni e del mistero che in tanti avevano accarezzato. Già alla prima discesa, la squadra speleologica fu sicuramente la meno propensa a credere che le grandi gallerie squadrate fossero prodotte da lance termiche o armi nucleari come alcuni della spedizione immaginavano. Per la prima volta un astronauta esplorò una grotta insieme a degli speleologi, ma questo non bastò per incontrare le tanto cercate tracce extraterrestri. 
Molto più prosaicamente dopo settimane di esplorazione il rilievo di precisione realizzato dagli inglesi scaccio draghi e alieni dal sottosuolo. Los Tayos dalla biblioteca di Atlantide si trasformò in una grotta creata dalla natura nelle arenarie quarzitiche. Le gallerie che avrebbero dovuto attraversare le Ande si mutarono in un percorso di cinque chilometri, mentre dei libri d’oro, genealogia segreta dell’umanita, nessuna traccia. Molti anni dopo Daniken ammise di non essere mai stato nella grotta e di aver scritto il libro in accordo con Moricz, mentre molti degli oggetti di Padre Crespi si rivelarono manufatti contemporanei. Cosi come era arrivata, con grandi aerei cargo ed elicotteri, la spedizione alla ricerca degli Dei, abbandonò la foresta degli Indios Shuar. Forse gli unici a comprendere e custodire il mistero del vuoto di Los Tayos. Nello stesso momento, il Pioneer 10 abbandonava l’orbita di Saturno e si dirigeva verso Aldebaran nelle profondità del vuoto cosmico, portando con se verso l’infinito un poco di quella poesia, ingenuità e speranza che sulla Terra l’umanità cominciava ad abbandonare.



Il gruppo degli speleologi

Capt. Hernandez con Armstrong


Una delle lamine di Padre Crespi









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