lunedì 10 febbraio 2020

venerdì 10 gennaio 2020

Alto Atlante 2020



"Atlante nemico dei Numi, che tutti sa del mare gli Abissi, che regge i pilastri alti, che l'un dall'altro dividono il Cielo e la Terra". 
Odissea - Libro I

Partirà il prossimo 16 gennaio una nuova Spedizione-Survey speleologica nell'Alto Atlante del Marocco. La scelta del periodo invernale per andare a perlustrare zone oltre i tremila metri di quota è chiaramente dettata dalla speranza di sfruttare la circolazione d'aria per discriminare gli obiettivi buoni. Il Marocco nonostante una grandissima estensione di superfici calcaree non è una destinazione facile per la speleologia. Le aree da perlustrare sono enormi, le tracce epicarsiche quasi sempre assenti o fortemente mascherate e in estate chiaramente l'acqua è un problema quasi irrisolvibile sopratutto per lunghe permanenze in alta quota. Almeno quest'ultimo problema in inverno si risolve facilmente a patto di avere abbastanza benzina per fondere la neve. Allo stato attuale delle conoscenze l'Alto Atlante in particolare (parliamo di una zona vasta come l'intera catena alpina) appare ancora particolarmente avaro di fenomeni carsici profondi questo nonostante non siano mancate negli anni numerose spedizioni, principalmente francesi, ma anche inglesi e italiane. Anche noi non siamo nuovi a spedizioni in quel paese e questa nuova survey riprende infatti le fila di un discorso iniziato molti anni fa e continuato recentemente proprio con una survey invernale nel 2015 durante la quale proprio il marcatore delle correnti d'aria sullo strato nevoso, (anche a causa delle enormi differenze di temperatura tra notti invernali e aria dei sistemi -15 vs 12) si è confermato forse l'unico modo di realizzare una survey seria in quelle zone, Questa volta tenteremo la fortuna in alcuni massicci posti ad una trentina di chilometri più a sud, in una zona compresa sempre nell'area del Jebel M'Goun. Le zone scelte risultano infatti composte da una facies carbonatica che fa sperare e con la presenza di importanti risorgenze presso i bordi delle unità litologiche. Zone che dalle abbondanti ricerche bibliografiche risultano non essere state oggetto di precedenti spedizioni speleologiche organizzate e men che mai di survey invernali. L'idea se tutto andrà come progettato, è quella di un lungo trek-transect di una dozzina di giorni in autonomia su circa 70 km di percorso attraverso una serie di grandi plateau fortemente carsificati. dove installare due o tre campi base da cui verificare le potenzialità e identificare potenziali target.


L'immagine può contenere: cielo, nuvola, montagna, spazio all'aperto e natura
Il maestoso Jbel Rhat dal passo del Tizi 'n Tirghist. Tutta la montagna oltre ad essere importante  zona di transumanza verticale estiva è da sempre un luogo simbolico caratterizzato da impressionanti quantità di incisioni rupestri che abbracciano un orizzonte di migliaia di anni. Il suo grande sinclinale contiene vaste zone carsificate ed è stato oggetto di una prospezione francese nei 1982 e quindi di una spedizione inglese nel 2001. Nel 2015 dopo aver perlustrato la vicina area del Jbel Tadaghast, anche noi vi realizzammo una breve survey.






Carte geologiche e geomorfologiche dell'area compresa tra il Jbel Rhat il Jbel Tignousti e il Jbel Mgoun. La zona è attualmente compresa nel nuovo grande Geoparco Unesco del Jbel Mgoun, istituito nel 2015 è il primo geoparco del continente africano. L'area contiene numerose aree carsiche a quote comprese tra i 2000 ed i quasi 4000 metri. Molte di queste risultano solo marginalmente studiate dal punto di vista delle potenzialità speleologiche.  

Il grande plateau carsificato del Jebel Tarkeddit, compreso nei calcari del Lias conosciuti come serie dell  Jbel  Rhat.  Una delle aree della survey. Le foto satellitari mostrano interessanti morfologie diffuse su tutta la zona. In bibliografia non risultano survey speleologiche espressamente dedicate alla parte alta del plateau, ma solo rapidi transiti nella zona compresa tra la testata alta della valle di Tessauot e le gole di Wandras con alcune grotte identificate nella parte bassa dell'area.  



Nessuna descrizione della foto disponibile.


Bibliografia


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Bouzekraoui H. Barakat A. Mapping geosites as gateways to the geotourism management in central high Atlas (Marocco), Quaestiones Geographicae 37(1), 2018

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Camus, J. Lamouroux CInventaire Speleologique du Maroc, Ministere de l'equipement du Maroc,  Rabat (1981)

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Comité departemental De Speleologie du Tarn, Expè Centre Atlas 2003

Comité departemental De Speleologie du Tarn, Centre Atlas Maroc Expé 2003,2005,2007

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Groupe Speleologique de Bidon Ardèche, Expedition spéléologique au Maroc, 2005

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Weisrock A. Originalité karstique de l'Atlas atlantique marocain, Karstologia, n°5,1985






mercoledì 18 dicembre 2019

Sulle tracce di Darwin, tra gli inesplorati gessi cileni.


Ancora una volta lo spunto per una nuova spedizione s'intreccia con il tentativo di ripercorrere le tracce di antichi naturalisti ed esploratori. Cosi dopo aver seguito Alfred Wallace nei carsi del lontano arcipelago di Waigeo in Papua, questa volta il gruppo Acheloos Geo Exploring, prova a seguire le orme lasciate da Charles Darwin nei suoi viaggi in Sud America. Se tutti conoscono la storia del lungo viaggio di cinque anni intorno al mondo sulla nave Beagle, non tutti sanno che oltre alle osservazioni legate al mondo botanico e animale, Darwin realizzò una enorme mole di osservazioni geologiche. Nel 1835, durante una sosta vicino alla città di Valparaiso, lungo le coste cilene, decise infatti di traversare a piedi le Ande fino alla città argentina di Mendoza: lungo gli antichi percorsi tracciati dall'impero Incaico. Da vero pioniere, disegnò per primo sezioni e profili geologici delle enormi catene montuose, cercando di tracciare anche una sequenza temporale degli eventi che potessero averle originate. Una visione a tutto tondo dei luoghi percorsi, capace di fissare quasi due secoli fa dettagli e informazioni valide ancora oggi. Seguendo le sue tracce, troviamo cosi la descrizione di una vasta area carsica composta da rocce evaporitiche, principalmente grandi domi diapirici di gesso, anidride e forse anche nuclei di halite che attende totalmente inesplorata dal punto di vista speleologico e morfologico:

"...at 7000 feet above the level of the sea, we first reach the gypseous formation. It thickness is very great. It consists in most parts of snowwhite, hard, compact gypsum, which breaks with a saccharine fracture, having translucent edges; under the blowpipe gives out much vapour; it frequently includes nests and exceedingly thin layers of crystallize, blackish carbonate of lime. Large irregulary shaped concretions (externally still exhibition lines of aqueous deposition) of blackish grey, but sometimes white, coarsely and brilliantly crystallized hard anhydride, abound within the common gypsum. Hillocks, formed of the hardest and purest varieties of the white gypsum, stand up above the surrounding parts, and have their surfaces cracked and marked, just like newly baked bread. (...) I saw only one fragment of selenite or transparent gypsum; and that perhaps may have come from some subsequently formed vein."

Nasce cosi all'inizio del 2018 l'idea di mettere in cantiere, come gruppo Acheloos, un progetto speleologica nelle Ande Cilene che proprio in onore del grande naturalista abbiamo voluto chiamare i “I gessi di Darwin”.
Il Cile è un paese poco noto dal punto di vista speleologico, e fino a meno di trentanni fa praticamente completamente ignorato. Nonostante l'incredibile quantità di montagne e di ambienti, sembrava infatti ai più, del tutto ostile al carsismo. Uniche eccezioni la famosa Cueva dello Smilodonte, sito paletnologico a livello mondale, resa famosa dal libro di Chatwin, e alcune grotte laviche sulla remota isola di Pasqua. In quel caso ad attirare i primi speleologi francesi, furono i racconti delle avventure di Thor Heyerdahl, il grande esploratore norvegese, che già aveva stupito il mondo con le gesta del Kontiki, e che sull'isola di Pasqua aveva deciso di continuare a stupire scavando per primo i misteriosi Moai e documentando proprio le altrettanto misteriose grotte sacre nascoste sull'isola. Queste sembravano essere le uniche grotte esistenti in tutta la nazione: questo almeno finché il documento giusto non capitò nelle mani giuste. Cosi dalla lettura di un vecchio articolo di un geologo italiano, Giovanni Cecioni, nacque la straordinaria avventura della speleologia francese sull'Isola Madre de Dios. Avventura che ha regalato al Cile e al mondo le meravigliose morfologie scolpite nei marmi della Patagonia. Il Cecioni la sapeva lunga, talmente lunga da stimolare con le sue note anche la scoperta e l'esplorazione delle grotte nei diapiri salini del Salar di Atacama. Esplorazioni che questa volta hanno fortunatamente visto coinvolti anche molti gruppi speleologici italiani. Il Cile, da paese senza grotte si è cosi trasformato negli ultimi anni, in un luogo caratterizzato dalla presenza di un carsismo dai caratteri estremi e peculiari. Attenzione, non parliamo infatti di profondità o lunghezze da record, bensì al contrario di morfologie e contesti del tutto unici. In questo campionario di stranezze si inserisce il nostro progetto. Se Darwin vide i grandi domi di gessi bianchi come la neve, anche il Cecioni non è stato da meno e infatti, anche questa zona della cordigliera centrale è stata oggetto di una sua piccola nota. Una nota in cui il nostra autore, descrive anche la presenza di un potenziale grande ghiacciaio di sale, quello che oggi definiamo un Namakier alla testata del Rio Negro, uno dei rami sorgentizi del Rio Maipo. un nucleo diapirico di halite, ovviamente protetto dal suo caprock. La zona non è proprio l'ambiente desertico dove normalmente sopravvivono i diapiri salini, (caratterizzati da una velocità di dissoluzione talmente alta rispetto a qualsiasi altra roccia carsificabile, da scomparire in brevissimo tempo se esposti all'erosione) eppure forse possiamo dare fiducia al nostro autore che non era certo nuovo alle osservazioni su questo tipo di carsismo. Inoltre sempre per nostra fortuna, si dimostra interessato anche alla presenza di fenomeni ipogei, riportando di seconda mano una nota presente in una tesi di laurea legata alla zona, Nella sua tesi del 1966, Borde indica infatti di aver risalito per oltre 300 metri una grande galleria. Lo studio delle carte e delle immagini satellitari della zona, ci mostra oggi inequivocabile la presenza di decine di domi, piccoli e grandi che si annidano lungo linee strutturali e di discontinuità, risaltando in tutto il loro biancore con incredibili morfologie ipercarsiche e glaciocarsiche. Megalapiez che creano grandi strutture a spina di pesce, penitenti e torrioni si alternano a campi di doline da soliflussione su morene di detriti nivo-glaciali. Per non parlare delle folli aree di carso con doline a honeycomb. Geologicamente il grosso di questi affioramenti è composto da gessi giurassici, conosciuti localmente con il nome di 'Yeso principal' e le morfologie infatti ricordano quelle presenti in alcune aree di gessi triassici in Albania o dei gessi delle montagne di Baisun Tau in Uzbekistan. Compresi in una zona lunga circa 300 chilometri a cavallo dei 70° di longitudine, lungo la frontiera tra l'Argentina ed il Cile, questi diapiri coprono complessivamente diverse centinaia di chilometri quadrati e si trovano sparsi su quote comprese dai 2600 agli oltre 4200 metri. Quote che ne fanno una delle aree carsiche gessose più alte al mondo. Mentre sul versante argentino alcuni di questi affioramenti sono stati oggetto di ricerca da parte della speleologia locale, sul versante cileno non sono mai state realizzate documentazione o esplorazioni. Come ho detto, andare a fare ricerca da quelle parti, prima che puntare a fenomeni ipogei di grande profondità o sviluppo, vuol dire focalizzarsi sulla documentazione di morfologie epigee carsiche e psedocarsiche molto peculiari. Detta in altri termini il posto vale più delle grotte che eventualmente può o non può contenere. Questo però non vuol dire che in alcuni affioramenti, in particolare in una concentrazione degli stessi posta lungo uno dei rami sorgentizi del fiume Maipo, non ci possano essere significativi fenomeni ipogei. Con circa 60 chilometri quadrati di superfici carsificate sparse su circa 20 differenti domi, questa zona presenta infatti numerose tracce della presenza di sistemi ipogei: inghiottitoi, risorgenze e grandi trafori sono immagini chiare di un carsismo ben strutturato. Il tutto circondato da un campionario pressoché completo di morfologie epigee ipercarsiche capace di trasformare alcune zone in paesaggi fiabeschi e surreali degni delle leggende sulla mitica Ciudad dei Cesari. Un luogo incantato simile all'Eldorato, che la mitologia cilena da secoli pone tra gli inaccessibili contrafforti della Cordigliera. A rendere questa zona ancora più interessante si pongono infine le importanti testimonianze archeologiche legate all'antico popolamento degli indio Mapuche scoperte negli ultimi anni proprio in questa zona, nonché il ruolo dell'alta valle del Maipo come via di transito, commercio e popolamento tra i due versanti delle Ande. Tracce archeologiche che proprio da una ricerca sistematica di potenziali fenomeni ipogei, potrebbe guadagnare ulteriori e importanti siti e record da studiare. Immaginare di esplorare questa zona, per quanto relativamente circoscritta, non appare però per niente banale. Raggiungere e perlustrare ognuno di questi affioramenti è infatti un avventura in se. Un avventura che ci chiederà anche di giocare ai piccoli andinisti considerato che le quote non sono mai banali e il clima e le condizioni ambientali sono quelle 'aspre' delle grandi montagne. Un paesaggio e un luogo in ogni caso spettacolare, che merita di essere documentato ed entrare tra i potenziali patrimoni geologici della nazione cilena. Un patrimonio che vogliamo iniziare ad esplorare e documentare con una prima spedizione appena il Cile supererà il triste periodo che sta vivendo in questi mesi e le condizioni sociali permetteranno nuovamente di dedicarsi con serenità alla ricerca.

Progetto a cura del Gruppo Acheloos Geo Exploring. Compilazione Andrea Benassi Phd




Bibliografia di riferimento

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Barredo S., Gabriele N., Garrido A., Redonte G., Los principales sistema de cavernas carsticas de la provincia del Neuquen, Revista de la Asociacion Geologica Argentina 69(4), 556-569 (2012)

Beatriz A., Vennari V., On Darwin's footsteps across the Andes: Tithonian Neocomian in fossil invertebrates from the Piuquenes pass, Revista de la Asociacion Geologica Argentina 64(1), 32-42 (2009)

BORDE (J.) - 1966 - Les Andes de Santiago et leur avant-pays. Etude de Géomorphologie. Thèse de Doct., Univ. Bordeaux, 559 p.

Cecione Giovanni, El fenomeno karstico en Chile, Infor. Geogr. Chile 29, 1982, pp.57-79

Darwin Charles, Viaggio di un naturalista intorno al mondo, Feltrinelli, Milano

Darwin Charles, Geological Observation on South America, London, Smith Elder, 1846

Forti P. , Brevi note in margine al viaggio in Argentina, Speleologia n°28, pp.91-92, 1993

Forti P., Barredo S., Costa G, Outes G., Two peculiar karst form of the gypsum outcrops between Zapala and Las Lajas (Nequen Argentina), In Proc. Xith International Congress of Speleology Beijing, pp.54-56, 1993

Giambiagi L. Tunik M. Ramos V., Godoy E., The high Andean Cordillera of central Argentina and Chile along the Piuquense Pass-Cordon del Portillo transect: Darwin's pioneering observations comparated with modert geology, in Revista de la Asociacion Geologica Argentina, 64(1), 43-54, 2009

Gunn J. (eds.) Encyclopedia of Caves and Karst Science, Taylor& Francis, London, 2004

Klimchouk A., Lowe D., Cooper A., Sauro U., (eds.) Gypsum karst of the world, International Journal of Speleology 25(3-4), 1996

Salomon J.N., Bustos R., Le karst du gypse des Andes de Mendoza-Neuquen, Karstologia 20, pp.11-22, 1992

Salomon J.N., Le Chilis, pays de karsts extremes, Karstologia, 24, pp.52-56,1995

Salomon J.N. Un karst Argentin dans le gypse: la vallèe du Rio Salado, Reveu de Geographie alpine, 66(3), 1978, pp.349-353

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Warren J.K. Evaporities: a geological compendium, Springer, 2016

Carte geologiche del Cile 1:250000, Portillo, San Jose de Maipo, Volcan Maipo
Sito della Federazione Speleologica Argentina




Le sezioni geologiche della cordigliera prodotte da Charles Darwin nel 1835. Si notano i grandi domi diapirici di gesso. 

Quadro schematico della cordigliera centrale con l'area del vulcano quaternario Maipo


Dettaglio dell'area dell'alto Maipo con circa 60 chilometri quadrati di affioramenti evaporitici. Molti di questi domi presentano chiare tracce di fenomeni carsici ipogei strutturati.
Alcune delle morfologie ipercarsiche prodotte da un mix di soliflussione, criocarsismo ed erosione tradizionale 


Tipiche morfologie ipercarsiche capaci di generare un campo di doline alveolari o honeycomb


Grande domo evaporitico caratterizzato da morfologie a lisca di pesce o megakarren, controllati dalla fusione nivale e dai processi di condensazione giorno-notte.



martedì 5 novembre 2019

In grotta alla ricerca degli Dei dalle Stelle...





Foto aerea dell'area dove si apre la Cueva de los Tayos

Da alcuni anni la Speleologia intrattiene proficue relazioni con il mondo delle missioni spaziali. Speleologi e Astronauti si trovano uniti nel nome della ricerca e della conoscenza; nonché nelle emozioni davanti all’ignoto. Una ricerca che scivola dall'infinitamente grande dei viaggi spaziali all’infinitamente piccolo dei tortuosi meandri della mente. In pochi, ricordano però che questo tipo di collaborazione ha un precedente. Un precedente tanto sui generis quanto illustre, considerato che vide Neil Armstrong coinvolto in una delle più costose spedizioni speleologiche mai realizzate. Un precedente che dovrebbe farci riflettere e ricordare, che nonostante i nostri tentativi di raggiungere una realtà razionale e oggettiva, come diceva Aristotele l’uomo nelle sue azioni, non può non essere misura di ogni cosa. Con i suoi sogni, le sue paure e le sue speranze. Ma forse è il caso di fare qualche passo indietro e procedere con ordine. 
Risultati immagini per the gold of god daniken







 “A gigantic system of tunnels, thousands of miles in length and built by unknown constructors at someunknown date, lies hidden deep below the South American continent. Hundreds of miles of underground passages have already been explored and measured in Ecuador and Pent. That is only a beginning, yet the world knows nothing about it.” 


Cosi Erich Von Daniken inizia il suo libro Gold of God: portando nel 1973 all’attenzione del mondo una misteriosa grotta persa nella foresta del sud america. Un luogo di cui da anni si parlava e fantasticava nei mille racconti di avventurieri ed esploratori dell’Amazzonia. Negli stessi mesi in cui esce in tutto il mondo il libro di Daniken, la sonda Pioneer 10 inizia il suo viaggio verso Giove. Porta con se una placca d’oro disegnato da Carl Sagan. Un messaggio di pace e fratellanza per ogni possibile forma di vita extraterrestre. Sono anni di crisi e speranza: speranza in nuovi modelli sociali, economici e ambientali. Anni di esplorazioni spaziali ma anche di infinite scoperte sulla Terra. Anni di nuovi paradigmi e rivoluzioni nel modo di vedere il mondo. In tutto questo nella cultura popolare prende piede l’idea che il remoto passato e il futuro siano legati insieme dall’idea di non essere i soli nell’universo. Accanto all’enfasi per il nascente progetto SETI, l’ufologia dilaga nella cultura di massa e con essa mille versioni alternative della storia dell’uomo sul pianeta Terra. I più vari autori vanno a caccia di prove della presenza nel passato di visitatori alieni. Per l’archeologia misteriosa, i racconti di antiche divinità diventano prove di passati contatti con civiltà extraterrestri. Questo è il clima in cui nasce nel 1976 la spedizione Anglo-Ecuadoriana diretta alla Cueva de los Tayos: nelle remote regioni orientali dell’Ecuador. La grotta secondo Stan Hall, l’ingegnere inglese che presiedeva la spedizione, era chiaramente d’origine artificiale. Creata con mezzi sconosciuti da una civiltà che aveva avuto contatti extraterrestri e cosa fondamentale conteneva un archivio di libri d’oro in cui era narrata la vera Storia dell’umanità. In appoggio a tutto questo c’erano le parole di Daniken e le testimonianze di Juan Moricz, avventuriero ed esploratore ungurese-argentino, che nel libro descrivevano la loro avventura all’interno della grotta. Un avventura dai tratti fantastici e allucinatori, qualcosa di simile ai racconti del colonnello Fawcett alla ricerca della città di Z. Un viaggio sotterraneo tra statue di animali misteriosi, manufatti di materiali sconosciuti, fino ad arrivare al cospetto della sala della biblioteca. Un enorme archivio composto da migliaia di dischi d’oro e cristallo scritti in un linguaggio alieno e contenenti la Storia dell'umanità negli ultimi 250,000 anni. A testimoniare la veridicità di quanto narrato, esistevano inoltre molti reperti misteriosamente raccolti da un missionario: Padre Carlo Crespi Croci. Nato in Italia nel 1891, padre Crespi si era dedicato all’evangelizzazione degli Indios Shuar dal 1923 e in mezzo secolo aveva raccolto un grande quantità di oggetti che si diceva provenissero anche dalla grotta. Tra questi, grandi placche e lamine d’oro contenenti ideogrammi che avrebbero testimoniato una lingua sconosciuta e precedente a tutte le altre civilizzazioni del continente. Lamine d'oro che già avevano spinto, alcuni anni prima la chiesa Mormone a tentare una spedizione archeologica alla ricerca di quelle che credevano essere le tavole originarie del loro testo più sacro: il libro di Mormon. Apparentemente solo la difficoltà di arrivare nei luoghi ed esplorarli aveva impedito finora a chiunque di entrare in possesso di questo incredibile patrimonio di conoscenza. In questo clima, non fu cosi difficile per Stan Hall coinvolgere nel progetto un gran numero di istituzioni accademiche fino a convincere lo stesso Armstrong a ricoprire il ruolo di presidente onorario della spedizione. Raccolti sponsor e scienziati, ottenuto l’appoggio della Royal Air Force, nonché ovviamente del governo e delle forze armate dell’Ecuador, non restava che trovare un gruppo di speleologi che potessero garantire l’esplorazione accurata di ogni angolo della misteriosa grotta. Cosi Whalley dello Yorkshire Rambler’s Club racconta come cominciò per gli speleologi inglesi questa incredibile storia: 

 “If there is an epicentre, or wellhead, of British caving endeavour overseas, then surely the Craven Heifer at Ingleton could lay strong claim to fulfilling such a role. Many an expedition has been conceived on the back of a cigarette packet within the overcrowded austerity of its public bar. Certainly our involvement in the Los Tayos affair, itself a Scottish/ Ecuadorian venture, stemmed from a chance meeting there between David Judson and John Frankland, the CRO doctor, one Saturday evening in 1976. John spoke of being invited on an expedition to South America.The picture emerged of a huge undertaking of soldiers and scientists being airlifted to a remote Amazon Headwater location in order to descend a deep shaft. Apart from John Frank-land and Jim Campbell of the Grampian Speleological Society, both of whom would be committed to scientific duties, the only caver was Pete Holden of the Army and so, with only seven weeks to departure, the feeling developed that a few other cavers might be useful. Dave promptly telephoned the expedition leader, Major Chris Browne, with the offer to form a caving team. This was accepted, the team comprising Judson and myself with Arthur Champion of C.P.C., Dave Checkling of L.U.S.S., and Pete Cardy and John Harvey of S.W.C.C. None of us knew much about Ecuador, least of all its whereabouts, but we did have certain pertinent skills and a hunger for adventure in far-away places so we jumped at the chance. A briefing meeting was held at Redford Barracks near Edinburgh. Our objective was Cuevas de Los Tayos, the "cave of the oil-birds." The entrance shaft had been descended on a previous occasion although there appeared to have been little lateral exploration. We were shown slides taken of other slides projected onto the floral wallpaper of a Quito hotel, so the quality left something to be desired. The cave was situated by the Rio Santiago in the Cordillera del Condor, where the first foothills of the Andes rise above the Amazon Basin. The locals are the Jivaro Indians who acquired a reputation during their head-hunting past and managed to expel both Inca and Spaniard in their turn.The scientists on the expedition were mainly zoologists and botanists, over twenty in number with an equivalent contingent of Ecuadorians. The job of getting them there was undertaken by the army who, no doubt, viewed the exercise as a valuable opportunity for jungle training. There were various other individuals: a village constable, a peer of the realm, the "Nurse-of-the-Year," a film crew, an expert in thermo-lumines-cent dating and, as President, none other than the first man to step onto the moon, Professor Neil Armstrong.” 




Neil Armstrong
Armstrong con Holden, uno degli speleo inglesi, nelle parti più profonde della grotta










































Il resto di quest’avventura non fu purtroppo all’altezza dei sogni e del mistero che in tanti avevano accarezzato. Già alla prima discesa, la squadra speleologica fu sicuramente la meno propensa a credere che le grandi gallerie squadrate fossero prodotte da lance termiche o armi nucleari come alcuni della spedizione immaginavano. Per la prima volta un astronauta esplorò una grotta insieme a degli speleologi, ma questo non bastò per incontrare le tanto cercate tracce extraterrestri. 
Molto più prosaicamente dopo settimane di esplorazione il rilievo di precisione realizzato dagli inglesi scaccio draghi e alieni dal sottosuolo. Los Tayos dalla biblioteca di Atlantide si trasformò in una grotta creata dalla natura nelle arenarie quarzitiche. Le gallerie che avrebbero dovuto attraversare le Ande si mutarono in un percorso di cinque chilometri, mentre dei libri d’oro, genealogia segreta dell’umanita, nessuna traccia. Molti anni dopo Daniken ammise di non essere mai stato nella grotta e di aver scritto il libro in accordo con Moricz, mentre molti degli oggetti di Padre Crespi si rivelarono manufatti contemporanei. Cosi come era arrivata, con grandi aerei cargo ed elicotteri, la spedizione alla ricerca degli Dei, abbandonò la foresta degli Indios Shuar. Forse gli unici a comprendere e custodire il mistero del vuoto di Los Tayos. Nello stesso momento, il Pioneer 10 abbandonava l’orbita di Saturno e si dirigeva verso Aldebaran nelle profondità del vuoto cosmico, portando con se verso l’infinito un poco di quella poesia, ingenuità e speranza che sulla Terra l’umanità cominciava ad abbandonare.



Il gruppo degli speleologi

Capt. Hernandez con Armstrong


Una delle lamine di Padre Crespi









Immagine correlata

martedì 15 ottobre 2019

martedì 1 ottobre 2019

I gessi di Darwin...



Ancora una volta lo spunto per una nuova spedizione s'intreccia con il tentativo di seguire le tracce di antichi naturalisti ed esploratori. Cosi dopo aver seguito Alfred Wallace nei carsi del lontano arcipelago di Waigeo in Papua, questa volta proviamo a calcare le orme di Darwin. Se tutti conoscono la storia del suo lungo viaggio di cinque anni intorno al mondo sulla nave Beagle, non tutti sanno che oltre alle osservazioni legate al mondo botanico e animale, Darwin ha realizzato una enorme mole di osservazioni geologiche. Da vero pioniere, ha realizzato per primo sezioni e profili geologici di enormi catene montuose, cercando di tracciare anche una sequenza temporale degli eventi che potevano averle originate. Una visione a tutto tondo dei luoghi percorsi, capace di fissare quasi due secoli fa dettagli e informazioni valide ancora oggi. Cosi seguendo le sue tracce troviamo una vasta area carsica composta da rocce evaporitiche, principalmente diapiri di gesso, anidride e forse anche nuclei di halite che attende totalmente inesplorata dal punto di vista speleologico e morfologico. Decine di diapiri, piccoli e grandi si mostrano con le loro incredibili morfologie carsiche e glaciocarsiche. Megalapiez, penitenti e torrioni si alternano a campi di doline da soliflussione su morene di detriti nivo-glaciali per non parlare delle folli aree di carso con doline a honeycomb. Geologicamente si tratta di gessi giurassici e le morfologie infatti ricordano quelle presenti in alcune aree di gessi triassici in Albania o dei gessi delle montagne di Baisun Tau in Uzbekistan. Sparsi su quote comprese dai 2600 e gli oltre 4200 metri, questi diapiri si pongono inoltre tra le aree carsiche gessose più alte al mondo. Un paesaggio spettacolare e dove a giudicare da molti indizi anche i fenomeni carsici profondi potrebbero riservare ottime sorprese!

"...at 7000 feet above the level of the sea, we first reach the gypseous formation. It thickness is very great. It consists in most parts of snowwhite, hard, compact gypsum, which breaks with a saccharine fracture, having translucent edges; under the blowpipe gives out much vapour; it frequently includes nests and exceedingly thin layers of crystallize, blackish carbonate of lime. Large irregulary shaped concretions (externally still exhibition lines of aqueous deposition) of blackish grey, but sometimes white, coarsely and brilliantly crystallized hard anhydride, abound within the common gypsum. Hillocks, formed of the hardest and purest varieties of the white gypsum, stand up above the surrounding parts, and have their surfaces cracked and marked, just like newly baked bread. (...) I saw only one fragment of selenite or transparent gypsum; and that perhaps may have come from some subsequently formed vein." 

Charles Darwin, 1835










venerdì 1 marzo 2019