mercoledì 14 ottobre 2020

Chiare, fresche et dolci acque: il collettore del sistema Prometeo – Rava Bianca

(A. Benassi, S. Farinelli, R. Pettirossi, P. Turrini)

Come abbiamo precedentemente scritto, il sistema Prometeo – Rava Bianca, rappresenta già oggi un fenomeno carsico importante nel panorama della speleologia laziale e forse anche del centro Italia. In particolare sono le potenzialità di questo sistema: tanto in dislivello quanto in sviluppo a rendere tanto interessante quanto auspicabile un maggiore impegno nel suo studio ed esplorazione. Sul fronte esplorativo, le possibilità interne più promettenti si concentrano nelle zone profonde del collettore, ovvero del tratto pseudo orizzontale che si sviluppa ad una profondità compresa tra -730 e -760 (quota 440/410 slm) e che raccoglie le acque dei tratti verticali della Rava Bianca e di Prometeo. Questa parte del sistema è stata esplorata tra il 2005 ed il 2006 da un nutrito gruppo di speleo sotto il coordinamento del GS Cai Roma, mentre il sifone che rappresenta l’attuale fondo veniva raggiunto il 6 agosto del 2006 da Pino Antonini e Sandro Mariani. Il collettore si presenta da subito abbastanza umido e rapidamente diventa anche acquatico con numerosi tratti allagati. Proprio questa caratteristica ha limitato moltissimo le visite, tanto che il fondo ad oggi risultava visitato quell’unica volta ed il tratto finale oltre un passaggio semisifonante non era mai stato rilevato in modo strumentale. A quasi quindici anni da quelle esplorazioni e alla luce della recente giunzione, abbiamo pensato fosse il caso di andare a finire quell'ultima parte di rilievo e dare un occhiata per capire meglio la situazione.

Procedendo da monte verso valle, quello che qui definiamo collettore si può far iniziare con la giunzione tra il tratto classico della Rava Bianca (in sinistra idrografica) e il tratto a monte (in destra idrografica). Le portate in questo punto appaiono simili e la loro somma si può stimare in 1 l/s1. Una precedente colorazione ha appurato un collegamento idrogeologico di questo apporto in destra idrografica, con la grotta Du Manzi, (distante circa 500 metri in linea d’aria), va però ricordato che una parte significativa di questo flusso proviene in realtà dal Ramo del Quarantennale: un tratto discendente parallelo al tratto storico della Rava Bianca. L’apporto della grotta Du Manzi è quindi probabilmente molto limitato. Anche le dimensioni del meandro a monte della confluenza appaiono infatti modeste. Morfologia e dimensioni, che già mutano a valle della confluenza, cambiano invece completamente nel punto di giunzione con l’Abisso Prometeo. Qui il meandro si trasforma in una vera e propria galleria di grandi dimensioni e ampi tratti fossili. L’apporto idrico di Prometeo sembra giustificare ampiamente questo cambio di morfologia. L’abisso innestandosi in sinistra idrografica, apporta infatti da solo oltre 3 l/s al sistema. Proseguendo verso valle si possono identificare almeno altri due grandi arrivi provenienti dall’alto della galleria. 

Il primo, appena dopo l'ultimo saltino prima dei tratti allagati, proviene da una grande colata concrezionata di 10-15 metri (1 l/s); il secondo dopo il tratto allagato entra dall'alto in una zona caratterizzata dalla presenza di numerose eccentriche (1 l/s). Più avanti troviamo quindi un arrivo in destra idrografica (1 l/s) e infine un grande affluente, praticamente al fondo, di nuovo in sinistra (3 l/s). La stima totale del flusso che alimenta il sifone è quindi dell’ordine di oltre 10 l/s. Ovviamente le portate dipendono fortemente dalla stagione ed un bilancio complessivo necessiterebbe di una gran quantità di dati, ma già cosi possiamo determinare una gerarchia dei sistemi noti e ignoti. A conferma della grande differenza per esempio tra l’apporto della Rava e quello di Prometeo, già durante la precedente punta, abbiamo osservato come anche in una condizione di secca totale, le portate rispettivamente della Rava e di Prometeo fossero in rapporto di circa 1 a 3, con la prima quasi completamente asciutta.

In questa prospettiva, appare quindi evidente la grande importanza che potrebbe rivestire il grande affluente posto al fondo del sistema. Questo prima di confluire quasi nei pressi del sifone, può essere risalito per alcune decine di metri in una bella galleria che sbuca in una grande sala con evidenti tracce di crollo. Qui accanto alla evidente prosecuzione, di grandi dimensioni, in testa ad un camino di circa 15-20 metri, (da cui proviene l’acqua) si possono identificare anche altre due possibili imbocchi di gallerie fossili. Questo affluente si presenta quindi di estremo interesse esplorativo e la circolazione dell’aria sembra aggiungere elementi molto accattivanti. Gli ingressi attualmente conosciuti del sistema Prometeo – Rava, si comportano in prima approssimazione rispettivamente da ingresso alto e basso. Mentre il comportamento della Rava appare però ben definito, con flussi d’aria in uscita importanti in occasione di grandi differenze di temperatura (ben avvertibili per esempio in estate anche all’imbocco del grande pozzo d’ingresso), Prometeo non appare nelle medesime circostanze coerente, ed i volumi aspirati dall’ingresso noto appaiono decisamente modesti. Questo ci ha già da tempo portato ad immaginare che lo stesso si comporti da ingresso medio, dovendo quindi presupporre l’esistenza di un ulteriore e più importante ingresso alto. Restava da definire se lo stesso fosse identificabile in qualche arrivo presente nello stesso Prometeo o se dovesse trattarsi di una struttura completamente nuova e ignota. Già nelle relazioni esplorative del 2005 si fa chiaramente riferimento ad una forte corrente d’aria presente nel tratto semisifonante e proveniente dal fondo. La punta della scorsa settimana ci ha permesso di verificare che il grosso dell’aria circola effettivamente nel collettore provenendo dal fondo per poi essere aspirata e fuoriuscire dalla Rava dopo essersi sommata a quella in minima parte aspirata da Prometeo. A questo punto possiamo ipotizzare almeno un paio di punti: primo che visto che la circolazione appare controllata da questo ingresso ignoto, lo stesso devo presentare un dislivello significativo rispetto a Prometeo e quindi porsi sicuramente a quote ben superiori a 1200 slm. Secondo, che siccome la circolazione appare evidente e ben definita a soli cento metri dal fondo, l’unico affluente seriamente candidato risulta essere il grande arrivo sul fondo. Unica altra opzione potrebbe essere l’esistenza di un bypass del sifone, magari proprio in una di quelle due gallerie fossili che occhieggiano sempre nell’affluente. In quel caso si potrebbe immaginare una circolazione d’aria proveniente da un ulteriore affluente ignoto. Tutto è possibile, ma questa seconda ipotesi appare sicuramente meno probabile e comunque per levarsi questo dubbio basterà andare a fare quelle due risalite. Cosa che ovviamente faremo nella prima data utile. 

Per concludere non potevamo non dare un occhiata al sifone del fondo. Di grandi dimensioni, si presenta al termine di una galleria di forma decisamente freatica il cui fondo appare ricoperto di depositi fangosi. Non avendo confronti, non sappiamo quanto il livello di questo sifone possa fluttuare in base alle stagioni e al flusso. Al momento della punta non eravamo in una secca assoluta, ma neanche in condizioni di piena o invernali. Il sifone è probabilmente sempre alimentato. Chiaramente si notano livelli di piena ben più alti che sommergono buona parte della galleria per molti metri a monte. 

La soluzione che abbiamo scelto per ispezionarlo, possiamo definirla come la tecnica del pescatore di perle, ovvero rapida ispezione in apnea. Sotto la superficie si nota subito un dente di un metro un metro e mezzo, oltre cui la galleria risale. Appare chiaro che oltre questo gomito le quote della galleria siano comprese tra 0 e -2/3 metri circa. A conferma sul soffitto si osservano infatti diverse campane d’aria. Di queste, la prima a circa 4-5 metri dall’imbocco è stata raggiunta ma appare purtroppo senza sbocco. Più avanti se ne intuiscono altre e la galleria appare proseguire in piano e sempre di grandi dimensioni con una larghezza di due o tre metri. La presenza di campane d’aria ci fa immaginare che il sifone possa aver fluttuato da una secca totale che ne abbia abbassato il livello, anche se è difficile immaginare se una tale fluttuazione sia un fenomeno stagionale o eccezionale. Non avendo foto di confronto non sappiamo attualmente definire se il livello osservato nel 2006 fosse inferiore o simile. Possiamo però osservare come dal rilievo il tratto su cui si sviluppa il sifone si presenti impostato sulle fratture principali appenniniche, mentre nonostante si osservi la presenza di una faglia, la stessa non sembra averlo tagliato. Inoltre osserviamo come nel collettore il precedente tratto semisifonante si sviluppi lungo le stesse direttrici per non più di 40-50 metri e con le medesime morfologie. Alla luce dell’osservazione diretta, appare quindi molto probabile che anche questo tratto sia un breve moncone di galleria allagata, oltre cui il collettore prosegua aereo la sua corsa verso le Grotta del Formale. Ovviamente solo le future esplorazioni potranno trasformare queste ipotesi in certezze. Se c’è una certezza già da ora, è che il sistema è grosso e per buona parte ancora ignoto, ma che allo stesso tempo anche il lavoro da fare sarà grosso e richiederà molte forze e buona volontà: tanto in interno quanto in esterno.

1Tutte le portate sono da riferirsi alla data della punta ovvero 10/10/2020 ed hanno chiaramente valore indicativo di proporzione le une rispetto alle altre. Piuttosto che un bilancio idrologico del sistema, questo ci permette una prima definizione gerarchica dei vari apporti e quindi stima sui sistemi di drenaggio noti e ignoti.






mercoledì 30 settembre 2020

Grotta Analoga...

 

René Daumal, nel suo celebre romanzo "Il Monte Analogo: romanzo d'avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche" immagina i suoi protagonisti sulle tracce di una misteriosa montagna. Una cima inesplorata e totalmente sconosciuta, ma che "deve" esistere perché sia accessibile agli uomini una via percorribile tra la terra ed il cielo. Una via che permetta di comunicare tra i due mondi. Una montagna enorme, di altezza smisurata, ben più alta delle cime dell'Himalaya le cui pendici toccano il mare e la cui vetta sfiora il cielo. Ovviamente l'immagine è quella metafisica dell'Olimpo o meglio ancora del Monte Meru e non a caso Daumal conosceva bene il sanscrito ed era un fine studioso e traduttore delle letteratura vedica.

E se sulla cima di quella montagna smisurata immaginassimo l'ingresso di una grotta? Sarebbe bello immaginare una grotta, un luogo, capace di unire a livello simbolico non solo il cielo e la terra ma anche le viscere del mondo sotterraneo. Qualcosa capace in questo suo comunicare, di unire simbolicamente la vita tout court. Una sorta di vero e proprio axis mundi, dove i tre mondi che da sempre affascinano l'uomo di ogni tempo e latitudine, convergono e si fondono. Ovviamente se andiamo oltre la speculazione metafisica dobbiamo venire a patti con il reale, abbandonare un poco di irrazionale fenomenologia e convenire che di montagne smisurate che toccano il cielo per ora su questo pianeta non ne abbiamo. Anche cosi però l'immagine di un tale luogo resta potente e pur se ridimensionata, possiamo sempre provare a cercare qualcosa di simile... 

La domanda spontanea a questo punto è: qual'è la quota più elevata a cui si aprono e si sviluppano grotte sul nostro pianeta? Dove si apre l'ingresso più 'alto'? 

Messa cosi la caccia si fa interessante e per niente banale. Considerando grotte sia carsiche o pseudo carsiche che glaciali, i luoghi non sono poi così pochi. Ghiacciai ad altissima quota e calcari che coronano le cime delle più alte montagne dell'Himalaya ci farebbero buona compagnia nella ricerca. Ovviamente il reale ha le sue regole, a volte stringenti, ed il permafrost o le equivalenti condizioni dove scarseggia l'acqua liquida non hanno mai aiutato il carsismo; ma anche in questo caso ci sono trucchi ed eccezioni. 

Anche la seconda domanda è spontanea: qual'è ad oggi lo stato dell'arte, quali sono e cosa sappiamo delle grotte più alte del pianeta? La risposta è semplice: sappiamo poco. 

Ovviamente di grotte tra i 3000 e i 4000 metri neanche parliamo, è vero che siamo già ad altezze elevate, ma a quelle quote i fenomeni sotterranei ancora abbondano alla grande. Oltre quota 4000, le cose cominciano già a diventare non facilissime. Richard Maire nel suo fondamentale Le haute montagne calcaire ci da una panoramica di alcuni massicci carsici di alta quota a livello mondiale, investigandone anche i meccanismi speleogenetici. Siamo cosi introdotti alla presenza delle grandi catene del Kurdistan turco-iraniano o delle grandi dorsali della Nuova Guinea con cime che sfiorano i 5000 metri. Purtroppo per ora luoghi entrambe avari di risposte. Quando l'autore ci presenta la grandiosa Cordigliera della Ande le cose però cominciano a cambiare. La cordigliera è veramente enorme, la più lunga catena montuosa del pianeta, con le cime che sfiorano i 7000 metri ed una composizione geologica estremamente complessa. Cercare grotte sulla cordigliera non è certo idea nuova: gli infiniti tavolati calcarei ad oltre 4000 metri invitano, quello che sconcerta è la sua vastità. Al tempo di Maire le grotte nelle altissime quote di queste montagne, erano però scarse, ed in molti credevano fermamente che non potessero esserci grandi cose. Poca anidride carbonica, molte zone sub desertiche; per la volgata ufficiale il carsismo serio non poteva esserci e men che meno gli abissi. Abbiamo dovuto attendere fino ai primi anni del nuovo millennio perché qualcuno si accorgesse dell'esistenza in Perù dell'enorme Sima Pumacocha, che da sempre incurante delle teorie geologiche, inghiottiva il suo grande torrente glaciale. La Sima non solo si apre a 4375 metri di quota, ma tanto per fare un dispetto a tutti, decide infatti di scendere fino a -638 diventando di colpo la cavità più profonda di tutto l'emisfero occidentale, ovvero delle due americhe escludendo il Messico. Buon punto di partenza per un axis mundi degno di questo nome e visto che le cose si trovano cercandole, i suoi esploratori non possono evitare di trovare attorno altri abissi ben più alti, come la Cueva di Qaqa Mach'ay che da quota 4930 scende per ben 125 metri, nonché altri ingressi posti a quote simili e forse frammenti del medesimo sistema.

Non c'è dubbio che allo stato attuale questa sia l'area carsica a quota più elevata capace di esprimere un carsismo esteso a sviluppato. E le potenzialità sono ben lontane dall'essere esaurite! Altre cime nelle Ande ci fanno infatti sognare cavità a quote oltre i 5500, ma anche in queste favolose montagne dobbiamo venire a patti con la realtà ed oltre queste altezze i luoghi adatti non sono tantissimi. 

Quindi se vogliamo osare cercare ancora più in alto dove dobbiamo dirigerci? Beh direi che è ovvio, nel cuore misterioso dell'Asia. Anche senza prendere in considerazione i deliri mistici di Ferdynand Ossendowski che un secolo fa convinse l'occidente dell'esistenza sotto il continente del misterioso regno sotterraneo di Agartha, dobbiamo ammettere che le catene dell'Asia centrale conservano una buona dose di 'mistero' almeno dal punto di vista speleologico. 

Come al solito è la vastità e difficoltà d'accesso a salvare il mistero dei luoghi, e da quelle parti di vastità e difficoltà ce ne sono parecchie. Tra Pamir, Uttarakhand, Dolpo, Karakorum e Himalaya i calcari non mancano, mentre le quote anche oltre i 6000 ci fanno mancare il respiro al pensiero. Ancora una volta la domanda è cosa sappiamo di quei luoghi? Poco, molto poco. Il fenomeno più significativo conosciuto per ora sembra essere la grotta Rangkul'skaja (Syjkyrduu)  che si apre in Pamir, (Tajikistan) e scende per -268 metri, ma si apre a soli 4600 metri di quota. Se vogliamo trovare cose più alte, bisogna andare su montagne più alte.

Intendiamoci l'idea di andare a cercare tra le cime più alte dell'Himalaya non è certo nuova. Già pochi anni dopo l'uscita nel 1951 del libro Annapurna di Maurice Herzog squadre di volenterosi s'imbarcarono nella ricerca di quegli ingressi descritti dall'autore tra le gole della Kali Gandaki o tra i calcari del Dhaulagiri. Ingressi e calcari a quote da togliere il fiato. Tanta volontà, forse poca fortuna. 

Ad oggi sappiamo di alcuni grandi portali, purtroppo chiusi, perlustrati recentemente (2018) nel remoto massiccio dello Yak Danda in Dolpo a quote anche oltre 5500. A quote simili, qualcosa sempre molto piccolo si conosce anche nella provincia pakistana del Chitral. Forse proprio la Kali Gandaki e l'Annapurna descritte da Herzog, conservano ancora qualche sorpresa. Una zona chiaramente carsica è stata infatti identificata quasi trent'anni fa in quest'area a quote tra i 5000 ed i 6000 metri. Un carsismo in parte idrologicamente attivo oggi, in parte frutto di processi antichissimi. Identificata, ma poco studiata e visto che che ognuno ha le sue preferenze e gusti, devo confessare, che faccio il tifo per questo posto che oltretutto in quanto a sacralità può vantare nientemeno che un grandioso santuario dedicato a Vishnu. Trovare un abisso o qualcosa di simile da queste parti avrebbe un suo fascino non da poco!

Se volessimo salire ancora più in alto? A quote dove aria e ragione sono qualità sempre più rarefatte ed evanescenti? Beh forse non troveremmo l'essere che ha lasciato le impronte fotografate da Eric Shipton, ma se cerchiamo bene di sicuro potremmo trovare l'ingresso della Rahkiot Cave. Quella che ad oggi considero una delle grotte più misteriose del pianeta. Sicuramente la più alta che conosciamo, visto che il suo ingresso, anzi il suo portale di circa 13 x 13 metri di ampiezza si dovrebbe aprire ad oltre 6600 metri di quota sul fianco sud-est del Rahkiot Peak, cima secondaria del Nanga Parbat. Mi permetto di dire misteriosa perché il suo nome è dagli anni '60 associato appunto al primato di grotta più alta del pianeta, ma da allora nessuno oltre a Meinzinger e Caldwell ovvero i due alpinisti che nel 1963 ne riportarono la notizia, ci è andato, l'ha mai vista o almeno ne ha scritto. 

Non sembrano esistere fotografie di questo luogo e men che meno ovviamente un rilievo. E dire che in questo caso non si tratta proprio di un buchetto, visto che nella relazione alpinistica che la cita, si parla di una lunghezza di circa 250 piedi, ovvero quasi un centinaio di metri di lunghezza per poi dire che chiude su ghiaccio e neve. Ci mancherebbe anche che due alpinisti capitati li per caso negli anni '60 che trovano questo ingresso ad una tale quota si mettessero ad esplorare per chilometri! Anzi tanto per essere precisi i due aggiungono anche che la cavità si apre in marmi "metamorphosed sediments" o qualcosa di simile. Probabilmente potrebbe trattarsi di una cavità impostata su una grande frattura tettonica, con molta probabilità non troveremo prosecuzioni... o forse no. Si parla infatti di "solution cave" a mettere in evidenza le presunte tracce di un carsismo a tutti gli effetti. Come potrebbe dell'acqua aver creato qualcosa a 6600 metri di quota? Beh semplice, basta pensare un poco meglio in modo quadridimensionale e posizionare quella grotta in un altro punto del tempo, magari all'inizio del Pliocene, quando quel blocco di sedimenti metamorfizzati era emerso dalla Tetide e non si trovava ancora ad oltre 6 chilometri di quota. Un altro tempo, un altro luogo e un altra temperatura, il tutto congelato in un archivio del tempo proiettato tra le nuvole dalla tettonica a placche. Le montagne possono giocare strani scherzi. O almeno questa è l'ipotesi per spiegare la presenza li di quella galleria di estensione sconosciuta. Comunque sia è certo che immaginare questo ingresso che si apre nei marmi persi sulla sommità del Rahkiot Peak ha un fascino potente. 

Lasciandosi trasportare in libertà da ricordi e associazioni, i luoghi possibili fioriscono e si moltiplicano: Mauri e Bonatti, narrando la conquista del Gasherbrum IV, descrivono la folle cresta finale come composta di candidi e risplendenti marmi bianchi. Se poi ci spostiamo verso est rischiamo di perderci nelle infinite aree sud orientali del Tibet al confine con la Birmania, punteggiate di calcari a quote altissime. Ma anche il grande cuore del continente, il Pamir e l'Hindu Kush, l'antico Paropamiso descritto da Fosco Maraini oppure alcune zone nord orientali dell'India tra la Nanda Devi ed il monte Api... tutti luoghi dove andare a caccia!

Costante in tutti questi luoghi, come nei precedenti, è la vastità capace di spiazzare, nascondere e far perdere il senno ad ogni progetto di ricerca. Una cosa però è certa, una Grotta Analoga, punto di congiunzione almeno metaforico tra cielo terra e mondo sotterraneo "deve" esistere. La corsa all'axis mundi è aperta.





Il libro di Maire, resta un testo fondamentale per leggere il carsismo d'alta quota




Se le acque entrano, da qualche parte devono pur uscire e questo vale anche quando entrano ad oltre 5400 metri di quota come nel caso dell'area carsica che si sviluppa in questi calcari in Nepal. Se poi il posto dove riemergono è anche sacro a Vishnu...  beh vale la pena andare a prendere un poco di freddo e cercare bene. 



Report di una recente spedizione francese in zone carsiche di altissima quota.



Immagine delle parti finali della Sima Pumacocha. Non solo la grotta è profonda, bagnata e fredda, ma vista la quota d'ingresso oltre i 4300, sussiste il serio rischio di incorrere in edema polmonare o cerebrale. Una eventualità sgradevole... considerato che per uscire non si potrebbe 'scendere'  come in montagna, ma si dovrebbe per forza 'risalire' fino all'ingresso!


Rilievo della sima Qaqa Mach'ay a circa 5000 metri. La descrizione dell'esplorazione si sofferma ampiamente sul 'disagio' dato dal freddo (Blue lips passage!) e dal mal di montagna!


Sima Pumacocha. Non solo la grotta 'importante' più alta attualmente conosciuta sul pianeta, ma anche la più profonda dell'intera america meridionale.




L'area del Nanga Parbat, dove dovrebbe aprirsi la Rakhiot Cave. Nonostante nella relazione si faccia riferimento a coordinate 'abbastanza precise' il punto è del tutto indicativo e in ogni caso identificare un ingresso anche se di grandi dimensioni, in un posto del genere è sicuramente un impresa non da poco. 





Una immagine da una recente (2018) spedizione franco-nepalese nella remota regione dello Yak Danda in Dolpo.








martedì 25 agosto 2020

Il sistema Prometeo-Rava Bianca: la prima giunzione dei Monti Lepini (Lazio)




(A. Benassi, F. Casadei, R. Pettirossi, P. Turrini)


Dalla scorsa settimana l’Abisso Prometeo non esiste più: grazie alla giunzione con il vicino Ouso della Rava Bianca (La 240), le due grotte si sono infatti fuse nel primo complesso dei Monti Lepini. Da sempre patria della speleologia romana e non solo, questo complesso montuoso a sud di Roma è sempre stato avaro con gli esploratori. Nonostante le esplorazioni siano iniziate già nel 1926, e si aprano oggi in queste zone oltre 500 grotte (circa un quarto di tutte quelle conosciute nella regione Lazio), fino alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso, quasi nulla si sapeva del carsismo profondo e delle potenzialità di questa area carsica. Potenzialità enormi, con dislivelli tra aree di assorbimento e sorgenti, di oltre 1300 metri: carsismo superficiale esasperato eppure pochissimi fenomeni profondi. Dalle campagne del Circolo Speleologico Romano, alle esplorazioni dello Speleo Club Roma, per passare agli Speleologi Romani, e all’ASR ‘86, fino alle campagne del GS CAI, tutta la speleologia del centro Italia si è confrontata in ricerche ed esplorazioni in queste montagne, raccogliendo un grande patrimonio di informazioni base per ogni successiva ricerca. Tale è continua è stata la presenza della speleologia sui monti Lepini e a Carpineto in particolare, da aver portato in anni lontani alla nascita di locali sezioni di appassionati e speleologi. Esploratori come Vincenzo Battisti, che sono rimasti attivi sul territorio per decenni e hanno contribuito anche alla divulgazione e conoscenza del carsismo come patrimonio. Come non ricordare inoltre l’enorme e fondamentale lavoro di Alberta Felici: “Il carsismo dei Monti Lepini (Lazio) Il territorio di Carpineto Romano” Un volume uscito come Notiziario del Circolo Speleologico Romano nel 1977. Un monumentale e sistematico catalogo di oltre 270 cavità. Un lavoro enorme, che oltre ad un rigoroso inquadramento geologico e strutturale dell’area, è il risultato di una lunghissima campagna di prospezione sul terreno, dove ogni fenomeno, piccolo o grande, viene esplorato e documentate, con dovizia di particolari e informazioni circa correnti d’aria e possibili prosecuzioni. Un raro esempio di condivisione totale al servizio delle esplorazioni future. Un lavoro che ancora oggi a quasi mezzo secolo di distanza viene consultato e conserva importanti spunti per nuove esplorazioni. Tanti anni di ricerche portano inoltre a teorizzare le possibili vie di drenaggio profondo e l’esistenza di sistemi complessi, come si vanno scoprendo in quegli stessi anni in giro per l’Italia. Alcuni in segno di buon auspicio, danno anche un nome a questo ipotetico complesso “Lepinia”. Purtroppo i Lepini sono avari: i loro meandri sono stretti, bagnati e ancora stretti. I sogni di generazioni di speleologi si infrangono su strettoie e sifoni. Qualcosa cambia quando il GS CAI riprende le esplorazioni all’Abisso Consolini e supera la profondità di -500. Le grotte dei Lepini assurgono alle massime profondità della regione Lazio e cosa fondamentale si dimostra che un carsismo profondo esiste ed è esplorabile. Gli anni ‘90 e poi il primo decennio del nuovo millennio confermano che oltre quei meandri e quei passaggi semisifonanti esiste un mondo profondo tutto da esplorare. Solo per citarne alcune basta fare i nomi dell’Abisso di Monte Fato (-336), Campo di Caccia (-610), l’Erdigheta (-415), l’Occhio della Farfalla (-453), l’Ouso di Passo Pratiglio (-840), la Rava Bianca (-715) e per ultimo Prometeo (-760) e Raul (-500), confermano che forse quel sistema profondo si può documentare. Anzi tra esplorazioni e colorazioni prendono forma due principali reticoli carsici: uno a nord-est relativo all’altopiano di Gorga, l’altro a sud-ovest che comprende la dorsale del monte Capreo-Semprevisa-Erdigheta e la grande valle di Pian della Faggeta. Qui tutte le acque di questa porzione di montagna sembrano dover defluire verso una serie di risorgenze temporanee e cavità parzialmente allagate: Bocca Canalone, Ciaschi, Uomo morto, Isola, e ovviamente Grotta del Formale. Il dislivello potenziale supera il chilometro e le distanze fanno sognare. Ancora una volta è Alberta Felici negli anni ‘90 che inseguendo una sua intuizione, confermata dall'immersione dello speleosub Massimo Bollati, mette in atto un progetto sistematico di esplorazione di quest’ultima grotta. Svuotando un sifone dopo l’altro la sua squadra esplora quasi quattro chilometri di condotte freatiche: un reticolo di grandi gallerie che confermano che Lepinia e le sue acque segrete passano sotto il paese di Carpineto Romano. Le esplorazioni si fermano solo per le difficoltà tecniche di tenere svuotati i sifoni. Negli anni seguenti, ogni volta che esploravano qualcosa di profondo, Alberta dopo averci ascoltato, concludeva sorniona: “Io vi aspetto al Formale!”.
Il sistema Prometeo-Rava sembra porsi in questa prospettiva come uno dei rami medio-alti di questo grande complesso. L’Ouso della Rava Bianca, esplorato dal GS CAI Roma anche con la partecipazione di speleologi di altri gruppi romani e non solo, diventa nei primi anni 2000 la grotta più profonda della regione con una profondità di circa -715 metri. La grotta dopo un tratto prevalentemente verticale, raggiunge a circa -676 metri un grande collettore che sembra dirigersi proprio verso il Formale. Purtroppo un tratto semisifonante ostacola in parte le esplorazioni. Nel 2006 il lago è superato da pochissime persone per scoprire che oltre il collettore prosegue con grandi dimensioni per forse un centinaio di metri fino ad un tratto questa volta sifonante. Lungo la strada sono però molti i punti interrogativi e gli arrivi importanti. La grotta ha già l’aria del sistema, ma profondità e acqua raffreddano gli animi. Bisognerà attendere il 2011-2013 perché la Rava si arricchisca di un ulteriore grande ramo molto acquatico che però si sviluppa ad est della struttura principale, dirigendosi nella parte a monte del collettore. La scoperta nel 2017 da parte di altri speleologi (Cfr. Cronologia) del vicinissimo ingresso di Prometeo (circa cento metri in linea d’aria) riaccende l’interesse per la zona. Che le due grotte dovessero far parte del medesimo sistema era più di un sospetto: totalmente ignoto invece il punto dove potessero andare a congiungersi. La giunzione realizzata la settimana scorsa ad una profondità di circa -750 (rilievo definitivo del sistema in fase di elaborazione) ci ha portato ad innestarci direttamente nel collettore principale della Rava Bianca. Non conoscendo direttamente il collettore della Rava, al momento della giunzione l'idea è stata quella di essere arrivati nel tratto non rilevato dopo il primo lago semisifonante. Le poche impronte presenti ed il racconto di un grande arrivo in questo tratto ci traggono però in inganno. Una volta fuori collegando i due rilievi e la poligonale tra gli ingressi le cose appaiono diverse. Dalla sovrapposizione del tratto di collettore che abbiamo rilevato appare evidente che siamo sbucati molto più a monte di quanto pensassimo: praticamente ad una cinquantina di metri dalla prima confluenza tra il ramo verticale della Rava con un grosso arrivo. In pratica Prometeo si sviluppa vicinissimo alla struttura della Rava e cosa molto interessante, ne rispecchia in tutto direzioni e andamento. Guardando il rilievo sembra di avere davanti l'ombra della Rava, un suo gemello proiettato e traslato circa 50-70 metri a nord-ovest fino a sbucare da un camino già notato nelle esplorazioni del 2005. Questa giunzione conferma l’importanza strutturale del collettore della Rava, che diventa a questo punto la frontiera su cui concentrare i futuri sforzi esplorativi. Che si tratti di possibili bypass o di tentare un immersione il gioco vale la fatica. La quota finale, 410 slm risulta infatti ancora alta rispetto a quelle raggiunte tanto nella Grotta del Formale, quanto recentemente nel vicino Abisso Raul, facendo sperare in un sifone sospeso. Se a valle il sogno è galoppare in galleria verso il Formale, a monte il tassello Prometeo-Rava potrebbe arricchirsi di ulteriori frammenti. Il vicino Abisso Dumanzi rappresenta infatti una appendice idrologicamente collegata ed una colorazione ha dato esito positivo facendo immaginare tratti aerei percorribili. Ma è ancora più a monte che il sistema potrebbe riservare grandi sorprese. Mentre la Rava Bianca ad una quota di circa 1125 slm, si comporta da ingresso basso, il vicino Prometeo a quota 1175 slm si comporta da ingresso meteo-alto, ma con una circolazione d’aria decisamente insufficiente a spiegare da solo l’enorme flusso l’aria uscente dalla Rava. Questo fa chiaramente immaginare come i quasi trecento metri di dorsale sovrastante possano nascondere strutture importanti. Che la zona del Monte Capreo sia generosa di ventarole e buchi soffianti e cosa nota a tutti da decenni, purtroppo fino ad ora anche gli sforzi dei più volenterosi si sono infranti sulla ennesima strettoia. Alla luce però di questo nascente complesso, forse gli sforzi si moltiplicheranno e potrebbe essere la volta buona. Come già detto, dal punto di vista strutturale è interessante notare come la struttura di trasferimento verticale di Prometeo fino alla giunzione con il collettore ricopi traslata la struttura verticale della Rava, mettendo in evidenza come le due siano controllate dai medesimi fasci di fratture. Questo unitamente ai due rami paralleli che erano già presenti, porta ad immaginare come sia possibile la presenza di ulteriori reseau paralleli anche più a valle. Dal punto di vista idrologico, l'apporto di Prometeo sembra essere dominante con un flusso maggiore, ma si tratta di osservazioni ancora preliminari da verificare. Lungo la via verso giunzione, si identificano diversi arrivi importanti a partire dalla profondità di -250 circa (Sala del Compleanno). Nella maggior parte dei casi si tratta di fusi e camini importanti che potrebbero essere altrettante vie verso ipotetici ingressi alti. Un altro arrivo importante si individua per esempio nella Sala della Dama Bianca, alla profondità di -550. Qui in testa ad una grande colata attiva, 20-30 metri in alto, si individua l'imbocco di un possibile meandro. Anche più in profondità alcune finestre fanno pensare ad un possible livello di gallerie fossili di sicuro interesse esplorativo. In corrispondenza di alcuni di questi punti, sono state inoltre notate nette correnti d'aria entranti che potrebbero confermare la presenza di ulteriori ingressi alti. Viste le grandi dimensioni, la circolazione d'aria sul collettore del fondo non ci è apparsa chiarissima e merita sicuramente una attenta valutazione. Dal punto di vista storico, le esplorazioni del 2006 riportano chiaramente la presenza in estate di una forte corrente d'aria proveniente dalla zona dopo il lago semisifonante. Considerato che Prometeo che si comporta da moderato ingresso alto, si è innestato a monte, è quindi certa l'esistenza di una struttura a valle che funziona da importante ingresso meteo-alto. Struttura da cercare nell'area di montagna immediatamente a nord ovest. Praticamente una delle ventarole del Capreo. Il fatto che il sistema Prometeo-Rava si sviluppi in una zona estremamente ristretta di montagna, ci porta inoltre ad una interessante riflessione. Il sistema esplorato si sviluppa attualmente sotto circa 1/5 di chilometro quadrato di superficie mentre l'esplorato attualmente (rilievi in elaborazione) si aggira intorno ai 3,5-4 chilometri di sviluppo spaziale portando quindi ad una altissima densità di vuoti carsificati. Considerato che l'area della dorsale Semprevisa-Capreo appare omogenea del punto di visto litologico e strutturale per almeno un paio di chilometri quadrati, le potenzialità del sistema appaiono molto allettanti. La speranza aiuta sempre ad esplorare, ma a titolo di comparazione, una tale livello di carsificazione profonda, appare del tutto comparabile a quello presente nei grandi complessi carsici delle apuane o del marguareis. Ovviamente li le cose sono ben verificate dalle esplorazioni, mentre qui per ora siamo ancora a livello di ipotesi, ma forse a patto di impegnarsi seriamente alla fine i Monti Lepini potrebbero non avere molto da invidiare in quanto a carsificazione rispetto ad altre aree carsiche ben più famose. 
Poche settimane fa, in Toscana una grande giunzione ha regalato alla Speleologia italiana un complesso di oltre 63 chilometri. La giunzione tra Prometeo e Rava, sebbene abbia permesso la nascita di un complesso di circa 760 metri di profondità (seconda grotta del Lazio) e di quasi quattro chilometri di sviluppo spaziale (dati da ancora da verificare con esattezza) è per ora di un altro ordine di grandezza. Ma ci dimostra che anche in questa regione si può pensare a sistemi carsici in grande. Forse tra qualche anno, guardando come i pezzi di questo grande complesso si saranno incastrati, potremmo ricordare con un sorriso i tempi lontani in cui esistevano solo singole grotte, pensate ed esplorate come mondi isolati. Per realizzare decine di chilometri di esplorazioni però ci vogliono centinaia e centinaia di punte. Punte che devono essere fatte da decine e decine di speleologi in primo luogo motivati e appassionati, ma anche tecnicamente preparati. Le grotte non regalano nulle e quelle nei Lepini forse meno che altrove, ma come abbiamo visto, se si vuole credere in un grandioso progetto comune, lo spazio c’è per tutti. E’ ora di cominciare ad esplorare per davvero, e ora di pensare ad un grande complesso per tutta la Speleologia Laziale e non solo!

Schema generale dei sistemi carsici dei Monti Lepini. Da G.Mecchia M. Piro (2013) Modificato
(Vista la scala dello schema la posizione di Prometeo è indicativa in quanto troppo vicino per potersi disegnare separato. Nella realtà va pensato ancora più vicino all'ingresso della Rava bianca lungo l'asse SE)



Tavola GS CAI 2007  Modificata.. 
Il rilievo di Prometeo è ancora in fase di elaborazione, ma si nota coma il punto di giunzione sia prossimo 
alla confluenza, mentre l'intera struttura ripercorre in parallelo il tratto di trasferimento verticale della Rava. 
Le correnti d'aria osservate sia in questa punta che citate in bibliografia, fanno ipotizzare la presenza di altri 
sistemi che si potrebbero sviluppare nella fascia di montagna appena a NO e che andrebbero ad innestarsi nel
 collettore.  





Ingresso di Prometeo

I salti dopo il Pozzo Arravaciao a circa -630... oltre 150 metri di corde spariscono rapidamente...

L'ultimo pozzo porta ad una grande sala dove si intercetta una galleria...









Davanti alla grande galleria che viene da monte e va verso valle c'è una certa perplessità...
Si tratterà del collettore della Rava Bianca? Sarà giunzione e sopratutto dove?




Percorrendo il grande collettore dopo alcune decine di metri compaiono le prime tracce...fino ad una cordella lasciata dalle  esplorazioni nel 2005! La giunzione è certa. Proseguendo arriviamo nei pressi dello pseudo-sifone.








La Sala Ciao Rava! diventa così il punto di giunzione delle due grotte, con il punto di rilievo marcato 127. Accanto un piccolo omino e due frecce indicano la direzione per l'ingresso di Prometeo e quello della Rava. 





Cronologia esplorazioni Abisso Prometeo


06-05-2017
Scoperta dell’ingresso:
D. Agrifoglio, P. Forconi, L. Russo

14-05-2017
Disostruzione dell’ingresso e scoperta di un p40:
D. Agrifoglio, P. Forconi, L. Russo, F. Sciaudone

20-05-2017
Disostruzione ed esplorazione fino a circa -60m:
P. Forconi, L. Russo, P. Turrini, V. Danieli

27-05-2017
Disostruzione ed esplorazione fino a Sala Cozza circa -80m:
D. Agrifoglio (?), M. Baldoni (?), P. Forconi, F. Nozzoli, L. Russo, F. Sciaudone, P. Turrini

10-06-2017
Esplorazione fino a pozzo Di-vino, circa -100m:
D. Agrifoglio, M. Baldoni, P. Forconi, L. Russo, F. Sciaudone, P. Turrini

17-18-06-2017
Esplorazione, disgaggio e armo pozzo “Io non ho paura” fino a circa -220m:
M. Baldoni, P. Forconi, V. Nicolia, L. Russo, R. Pettirossi, P. Turrini

25-06-2017
Esplorazioni sala del Compleanno, fino a circa -250m:
P. Forconi, L. Russo, (c’era qualcun altro?)

01-07-2017
Armo e discesa pozzo “Il Viaggio” (p90), fino a circa -400m:
G. Antonini, M. Baldoni, P. Forconi, R. Pettirossi, A. Rosa, L. Russo, P. Turrini

15-07-2017
Esplorazione Canyon fino a circa -450m:
M. Baldoni, T. Biondi, P. Forconi, R. Pettirossi, L. Russo, P. Turrini, Zairo (il suo nome?)

21-01-2018
Risalita nella prima parte della grotta a -60
F.Casadei, F. Sciaudone, M. Mulargia, M. Baldoni, P. Forconi

02-06-2018
Risalita alla sala del Compleanno, a circa -250m:
M. Baldoni, A. Rosa, F. Romana Ajale, M. Puletti, L. Russo

08-09-2018
Esplorazione fino a Galleria del campo, circa -550m:
M. Baldoni, A. Benassi, F. Casadei, R. Pettirossi, L. Russo, P. Turrini

29-09-2018
Esplorazione fino a pozzo ARavaCiao, circa -600m: A. Benassi, R. Pettirossi, P. Turrini
Si fermano al campo base a -550m e tornano indietro: L. Russo e M. Puletti

08-08-2020
Esplorazione fino a Congiunzione con collettore Rava Bianca a -760m
A. Benassi, F. Casadei, R. Pettirossi, P. Turrini



La punta che ha portato alla giunzione è stata purtroppo accompagnata da una serie di polemiche e accuse di 'pirataggio' da parte di alcuni nei nostri confronti. Le polemiche durante le esplorazioni non sono una novità, è un fatto però che in questo caso le discussioni, principalmente diffuse tramite social, sono sfociate anche in ingiurie e offese personali, gratuite e pesanti. Visto il contesto ed il tono abbiamo preferito evitare inutili battibecchi che avrebbero portato solamente ad acuire la situazione già al limite del decoro e della volgarità. Non rispondere via social, non vuol dire però assolutamente che siamo in torto. Le accuse di pirataggio sono totalmente inconsistenti. 
Come si può vedere dalla cronologie delle esplorazioni, gli autori sono parte degli stessi esploratori che hanno condotto tutta l'esplorazione, mentre i materiali utilizzati sono il frutto di impegno economico collettivo. 
Senza voler sollevare ulteriori polemiche e tenendoci lontani dal rispondere alle ingiurie e alle gravi offese che ci sono state indirizzate, ci teniamo quindi a difendere il nostro onore e la nostra correttezza rinviando al mittente le fantasiose accuse ed invitando tutti a fare più speleologia in grotta che sui social.  






BIBLIOGRAFIA:

BOLLATI M.:"Il Formale a Carpineto Romano", in Bollettino Speleo Club Roma, n°11, 1994, pp.33-35
BULLI C. MANCINI B.:"Ouso della Rava Bianca: un'altra via per il fondo?" in Speleologia del Lazio n°7, 2014, pp.73-78
CAPPA E.:"Novità al Formale", in Bollettino Speleo Club Roma, n°12, 1996, p.59
CAPPA E.:"Il Formale di Carpineto Romano", in Speleologia, SSI, n°37, dic. 1997, pp.13-20
DALMIGLIO P.: "Geografia sotterranea dei Monti Lepini", in Speleologia del Lazio, n°7, 2014, pp.24-41
FELICI A. "Il carsismo dei monti Lepini (Lazio): il territorio di Carpineto Romano" in Notiziario del Circolo Speleologico Romano, anno XXII, n°1/2, 1977, pp.3-224
FELICI A. GIURA LONGO A- GRASSI L & TRIOLO I.:"L'essplorazione della grotta Ciaschi apre la porta alla scoperta del drenaggio profondo dei Monti Lepini (Lazio Italia). Atti XVII Congresso Nazionale di Speleologia (Castelnuovo di Garfagnana 1994) volume prima, 1997, pp.25-30
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MECCHIA G. PIRO M.: "Monti Lepini". in Speleologia n°68, Giugno 2013, pp. 26-30
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ZAMBARDINO A. TURRINI P. BATTISTI V.:a cura di "Speciale Atti del Convegno Carpineto Città della Speleologia", in Speleologia del Lazio, n°7, 2014, pp.42-78



mercoledì 27 maggio 2020

Abhkazia, terra di abissi

Se domandiamo a qualcuno, quale sia la montagna più alta del pianeta, tutti risponderanno al volo e correttamente. Se insistiamo nel domandare la seconda montagna più alta del globo ancora una volta tutti o quasi compiaciuti risponderanno in modo esatto. Ma se proviamo ad insistere e chiediamo quale sia la terza... allora gli sguardi di quasi tutti si volteranno in giro provando a cambiare discorso. Solo 25 metri di altezza separano il tanto superbo quanto quasi sconosciuto Kangchenjunga dalla fama planetaria del K2. Un inezia, eppure tanta basta. Questo se parliamo di alpinismo, e per le grotte? Per le grotte è molto peggio. La carriera e la fama 'popolare' di una grotta è un qualcosa di molto eccentrico: alcune diventano famosissime a livello globale, altre restano ignote a tutti tranne a chi le frequenta. Se proviamo a basarci sulle stesso criterio usato per la fama delle montagne, molto riduttivo per carità ma pur sempre un criterio, anche in questo caso sarà facile rispondere alla domanda sulla grotta più profonda attualmente conosciuta. Veryovkina, risponderà lo speleologo ben informato sui fatti internazionali. E la seconda? Ancora più facile, la mitica Krubera! Posta praticamente a due passi dalla prima. Un po come il Lhotse accanto all'Everest. Ma la terza? E la quarta?  E qui calerebbe un gelido silenzio seguito da una rapida consultazione a wikipedia. Beh come si dice non è mai troppo tardi per imparare e cosi anche solamente dando un occhiata a Wikipedia si scoprirebbe che l'Abhkazia è proprio una terra d'abissi. Un posto dove andare in profondità più che un eccezione è quasi la regola. A patto ovviamente di dedicare anni, anzi decenni all'esplorazione. Cosi oltre alla prima e alla seconda, facciamo conoscenza di Sarma, un mostro da 1830 metri di profondità, seguita da Illyuzia-Mezhonnogo-Snezhnay, una cosetta da appena -1760 metri. Tutte li, in questo staterello dal destino incerto. Ma se le prime tre, insieme a molte altre ovviamente, si aprono tra i monti di Arabika, un modesto massiccio che loro stesse hanno reso famoso nel mondo, la quarta, ignota ai più, si apre in un luogo altrettanto ignoto, il massiccio dello Bzyb o Bzibsky range.
Ovviamente ignoto per modo di dire. Infatti delle quattro è proprio questa forse è la più interessante se prendiamo in considerazione anche un altro criterio: la sua grandezza, il suo sviluppo. 
Con oltre 32 chilometri di esplorato Illyuzia-Mezhonnogo-Snezhnay è indubbiamente il sistema carsico più complesso e studiato in Abhkazia. Praticamente si snoda sotto una intera montagna. Un sistema la cui esplorazione ha richiesto praticamente mezzo secolo di spedizioni russe, dal 1971 a oggi. La sua scoperta ed esplorazione è il risultato di una complessa campagna che negli anni ha interessato tutto il massiccio, studiandolo a fondo nelle sue potenzialità, sopratutto in relazione alle grandi, anzi enormi risorgenze poste a sud. Una compagna di esplorazione che ha infatti prodotto una grandissima quantità di abissi di misura standard... ovvero fino ai -1000 come Napra e altri dagli impronunciabili nomi in cirillico. Un destino particolare quello della grotta di  Snezhnay, eterna seconda. Profonda quasi -1400 già negli anni '80 del secolo scorso, è sempre stata un passo indietro rispetto alle prime e questo ne ha offuscato la fama popolare. Eppure già 30 anni fa, appena la caduta della cortina di ferro ha reso possibile guardare con i propri occhi le immense possibilità dell'est, anche dall'Italia partirono attratti dal fascino di questo grande sistema. Come si può leggere nel bell'articolo pubblicato sul numero 23 di Speleologia, il G.A.S.V di Verona con la spedizione Caucaso '90 aveva intenzione di andare proprio li, al fondo di quel bestione ipogeo per continuare le esplorazioni. Obiettivo ambizioso e che probabilmente avrebbe dato i suoi frutti se la spedizione non fosse stata colpita da una serie di sfortunati imprevisti che fecero perdere una parte importante dei materiali. In tutti i casi il gruppo riuscì a visitare la grotta in profondità, dovendosi confrontare anche con i vecchi sistemi d'armo sovietici...ovvero con una grotta armata su e per cavo d'acciaio e non per corda. Altri tempi! Tempi, un poco eroici, un poco epici. Tempi in cui non esisteva Google Earth e neanche le e-mail, tempi in cui per trovare una carta topografica non bastava una ricerca su google ma se andava bene ci voleva un mese per farsela spedire dall'istituto di Stoccarda. Tempi in cui non c'erano voli low cost e una spedizione era un impegno serio in quanto a denari! Talmente serio che era il caso di studiarci tanto, pensarla bene e farla meglio! 



Risultati di ricerca

Risultati web

Quadro d'insieme dei due principali e più studiati massicci carsici dell'Abhkazia: Arabika a nord ovest e lo Bzyb a sud est. Decenni di assidue esplorazioni hanno permesso di acquisire una profonda conoscenza di entrambe le zone dal punto di vista speleologico. Oltre alle prima 4 cavità del pianeta per profondità, si trovano qui moltissime altre grotte 'minori' per gli standard Abkhazi... ma profondissime per i nostri.

Visione della parte sud orientale del massiccio della Bzyb con il rilievo del sistema Snezhnaya-Mezhennogo-Illyuziya e i principali ingressi.


Carta topografica del massiccio dello Bzyb. L'area cerchiata identifica tutta la parte sud orientale del massiccio sotto cui si sviluppa l'enorme sistema Snezhnaya-Mezhennogo-Illyuziya.

Sezione del sistema Snezhnaya-Mezhennogo-Illyuziya  aggiornata al 2018
Pianta del sistema aggiornata al 2015



lunedì 10 febbraio 2020

venerdì 10 gennaio 2020

Alto Atlante 2020



"Atlante nemico dei Numi, che tutti sa del mare gli Abissi, che regge i pilastri alti, che l'un dall'altro dividono il Cielo e la Terra". 
Odissea - Libro I

Partirà il prossimo 16 gennaio una nuova Spedizione-Survey speleologica nell'Alto Atlante del Marocco. La scelta del periodo invernale per andare a perlustrare zone oltre i tremila metri di quota è chiaramente dettata dalla speranza di sfruttare la circolazione d'aria per discriminare gli obiettivi buoni. Il Marocco nonostante una grandissima estensione di superfici calcaree non è una destinazione facile per la speleologia. Le aree da perlustrare sono enormi, le tracce epicarsiche quasi sempre assenti o fortemente mascherate e in estate chiaramente l'acqua è un problema quasi irrisolvibile sopratutto per lunghe permanenze in alta quota. Almeno quest'ultimo problema in inverno si risolve facilmente a patto di avere abbastanza benzina per fondere la neve. Allo stato attuale delle conoscenze l'Alto Atlante in particolare (parliamo di una zona vasta come l'intera catena alpina) appare ancora particolarmente avaro di fenomeni carsici profondi questo nonostante non siano mancate negli anni numerose spedizioni, principalmente francesi, ma anche inglesi e italiane. Anche noi non siamo nuovi a spedizioni in quel paese e questa nuova survey riprende infatti le fila di un discorso iniziato molti anni fa e continuato recentemente proprio con una survey invernale nel 2015 durante la quale proprio il marcatore delle correnti d'aria sullo strato nevoso, (anche a causa delle enormi differenze di temperatura tra notti invernali e aria dei sistemi -15 vs 12) si è confermato forse l'unico modo di realizzare una survey seria in quelle zone, Questa volta tenteremo la fortuna in alcuni massicci posti ad una trentina di chilometri più a sud, in una zona compresa sempre nell'area del Jebel M'Goun. Le zone scelte risultano infatti composte da una facies carbonatica che fa sperare e con la presenza di importanti risorgenze presso i bordi delle unità litologiche. Zone che dalle abbondanti ricerche bibliografiche risultano non essere state oggetto di precedenti spedizioni speleologiche organizzate e men che mai di survey invernali. L'idea se tutto andrà come progettato, è quella di un lungo trek-transect di una dozzina di giorni in autonomia su circa 70 km di percorso attraverso una serie di grandi plateau fortemente carsificati. dove installare due o tre campi base da cui verificare le potenzialità e identificare potenziali target.


L'immagine può contenere: cielo, nuvola, montagna, spazio all'aperto e natura
Il maestoso Jbel Rhat dal passo del Tizi 'n Tirghist. Tutta la montagna oltre ad essere importante  zona di transumanza verticale estiva è da sempre un luogo simbolico caratterizzato da impressionanti quantità di incisioni rupestri che abbracciano un orizzonte di migliaia di anni. Il suo grande sinclinale contiene vaste zone carsificate ed è stato oggetto di una prospezione francese nei 1982 e quindi di una spedizione inglese nel 2001. Nel 2015 dopo aver perlustrato la vicina area del Jbel Tadaghast, anche noi vi realizzammo una breve survey.






Carte geologiche e geomorfologiche dell'area compresa tra il Jbel Rhat il Jbel Tignousti e il Jbel Mgoun. La zona è attualmente compresa nel nuovo grande Geoparco Unesco del Jbel Mgoun, istituito nel 2015 è il primo geoparco del continente africano. L'area contiene numerose aree carsiche a quote comprese tra i 2000 ed i quasi 4000 metri. Molte di queste risultano solo marginalmente studiate dal punto di vista delle potenzialità speleologiche.  

Il grande plateau carsificato del Jebel Tarkeddit, compreso nei calcari del Lias conosciuti come serie dell  Jbel  Rhat.  Una delle aree della survey. Le foto satellitari mostrano interessanti morfologie diffuse su tutta la zona. In bibliografia non risultano survey speleologiche espressamente dedicate alla parte alta del plateau, ma solo rapidi transiti nella zona compresa tra la testata alta della valle di Tessauot e le gole di Wandras con alcune grotte identificate nella parte bassa dell'area.  



Nessuna descrizione della foto disponibile.


Bibliografia


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