mercoledì 21 febbraio 2018

Under the Mountain Wall...


Cercare grotte nella valle di Baliem è un esperienza di confine. La grande valle sospesa tra le montagne delle Highland è un luogo dove si confrontano tempi e realtà molteplici. Nei suoi campi, tra le sue foreste e le falesie, aleggiano immagini, suoni e fantasmi. Capita cosi di trovarsi a cercare risorgenze la dove una volta i Dani Dugum fronteggiavano i loro rivali con nuvole di frecce e colpi di lancia. Capita di perdersi in quelli che furono campi di battaglia e dove le pietre erano usate per affilare le asce...






Una torre di avvistamento Dugum in una fotografia del 1961 da 'Gardens of War'. La guerra rituale era praticata fino agli '60 dai singoli villaggi Dani. Nel 1961 la spedizione Etnografica Pebody realizzo un film proprio su questi combattimenti, nell'area a nord est dell'attuale città di Wamena. Negli stessi anni vennero realizzati anche diversi libri, tra cui 'Under the Mountain Wall' di Peter Matthiesen, con riferimento proprio al grande arco di pareti calcaree che sovrasta gli insediamenti Dani e il campo di battaglia 




Il grande arco di pareti. rappresenta però anche la parte finale del grande affioramento calcareo posto a nord della valle. Una bastionata che risale dai 1600 metri del fondovalle, fino ai quasi 4000, prima di precipitare nei bassopiani del grande fiume Mamberano. Lungo il grande muro calcareo, vengono a giorno almeno quattro grandi risorgenze: ognuna con una portata che va dai 2 ai 20 metri cubi al secondo. Ogni grotta rappresenta il luogo di fondazione e di origine di un diverso clan e attraverso le sue acque sono venuti alla luce uomini, animali e forze vitali. 







...ma capita anche di scoprire che il fiume che stai risalendo è Wusa, sacro e segreto; proprio perché da una grotta proviene: Aikhe-Anelak. Il paesaggio nella valle di Baliem è pieno di fantasmi che si aggirano tra rocce e caverne. Antenati morti su questi campi di battaglia; fantasmi di animali senza forma, spiriti degli elementi. Da quando i primi uomini fuoriuscirono da Huwan, le profondità della terra, ogni grotta, ogni apertura, ogni fessura è diventata sacra, sede di forze potenti. 



Il fiume Aikhe




La sorgente del fiume Aikhe, dalla sua acqua gelida uscirono i primi Dugum. 






Huwam - Anelak, la grande grotta di Pugina, anch'essa Wusa, sacra perché luogo di origine di tutti gli animali e dei primi Dani che da essa fuoriuscirono. Nel tempo della creazione per ultimi uscirono gli uomini bianchi che attardandosi nel sottosuolo divennero pallidi e smunti. Le acque di Huwam si dice provengano da luoghi lontani, fiumi e laghi sospesi nella foresta nebbiosa. Sorgenti stesse della vita.







Valle di Sekam, sulle tracce della grotta di Kutiulerek, origine del fiume Yumugi.









Decidere di cercare grotte nella valle del Baliem e oltre fino a Yali-Mo le terre a est, vuol dire decidere di fare un viaggio attraverso molti mondi. Attraversare confini, tra passato e presente, tra visibile e invisibile, dal caldo della valle al gelo della montagne. Alla ricerca della prima sorgente.

lunedì 19 febbraio 2018

Deepest Papua Project



Tra bozze di report e articoli i vuoti del fiume Aouk si stanno materializzando sotto forma di immagini e racconti; una storia che ancora attende il suo finale e che quindi ci vedrà tornare tra meno di un anno sulle nostre tracce. Ma per una storia di cui forse intravediamo la conclusione, altre se ne stanno aprendo. Così, dopo esserci domandati come viaggia e si comporta un gigantesco fiume sotterraneo e cosa ci si debba inventare per riuscire a cavalcarlo, adesso ci stiamo iniziando a domandare cosa succede se un fiume quasi altrettanto grande decide di inabissarsi a grandi profondità. Le montagne della Nuova Guinea raggiungono quasi 5000 metri di quota, con zone carsiche che superano i 4000, motivo questo che ha spinto la comunità speleologica mondiale a cercare fin dagli anni '70 proprio in quest'isola continente il primo -1000 dell'emisfero australe e perché no, anche la grotta più profonda del pianeta. La storia ha poi mostrato che le cose non sono mai semplici e le incredibili profondità delle grotte in Abkhazia rendono veramente difficile trovare luoghi al mondo con potenziali che superino i 2 chilometri di dislivello, però... se è vero che i posti sul pianeta dove poter cercare una cosa del genere sono pochi, è indubbio che la Nuova Guinea è uno di questi. Non è infatti difficile che nelle sue sconfinate catene montuose si possa nascondere una tale singolarità. Se è vero che Muruk, il primo -1000 australe è stato esplorato poco più di venti anni fa nella Nuova Britannia, sull'intera isola della Nuova Guinea (Indonesia e PNG) la grotta più profonda resta ancora il sistema di Mamo Kananda in PNG, con poco più di 500 metri di profondità. Realizzato dalle grandi spedizioni speleologiche degli anni '70, è grandioso nel suo sviluppo di oltre 50 chilometri, ma la sua profondità è veramente poca cosa rispetto al potenziale. Volendo fare speleologia tropicale, tra il dire e il fare c'è sempre in mezzo tanta acqua e tanta foresta e non sarà semplice, ma i presupposti per qualcosa di nuovo e di grandi ci sono tutti. Forse i tempi potrebbero essere maturi per andare a vedere cosa combinano tanti metri cubi d'acqua quando veramente decidono di scavarsi un abisso! 







Forse la prima carta quasi topografica della Valle di Baliem, realizzata dagli Olandesi nel settembre del 1956. La città di Wamena è ancora da venire, però le posizioni delle piste Airstrip ci sono già...con tanto di lunghezza e larghezza in metri, perché da queste parti l'importante quando atterri è essere preciso, molto preciso se non vuoi finire contro un albero o una parete. Si distinguono bene anche due dei fenomeni carsici attualmente più famosi della zona, anche se ancora in buona parte inesplorati: Il traforo del Baliem contraddistinto da un vistoso "Underground" e il corso sotterraneo del fiume Warok, reso celebre dall'articolo del 1945 sul National Geographic firmato dal colonnello americano Elsemore. Altra chicca storico geografica il lago di Archbold, ovvero lo specchio d'acqua dove riuscì per la prima volta ad atterrare con il suo idrovolante l'omonimo esploratore che nel 1938 scopri la grande valle di Baliem. Prima delle piccole piste in erba quel lago e poi quello di Habbena più a sud, furono gli unici posti dove poter atterrare e ripartire da questa valle perduta. Non a caso gli americani durante la seconda guerra mondiale, quando passavano sopra questi luoghi, l'avevano soprannominata 'Shangri Là'. Molte cose sono cambiate da allora, ma non proprio tutte...










Immagine satellitare della 'Fortezza' la grandiosa struttura tabulare che svetta a quasi 4000 metri nella zona di Baliem. Inesplorata negli anni '50 del secolo scorso, ancora adesso sembra essere veramente poco conosciuta, tanto da non avere nessun nome ufficiale sulle carte. In questa zona, tra enormi campi solcati, plateau e grandi torrenti che scompaiono, potrebbero nascondersi i sistemi carsici più profondi della Nuova Guinea. Durante la survey realizzata nel corso della spedizione Papua 2017 abbiamo iniziato a cercare di capire la zona. I primi risultati sul campo nonché lo studio di immagini e carte sono molto promettenti e ci fanno immaginare grotte con un potenziale di almeno 1200-1500 metri di profondità e grandi sviluppi. Quello che sta prendendo corpo è quindi un nuovo capitolo, un progetto di esplorazione Speleo-Geografico ad ampio raggio su questa parte di West Papua. 

giovedì 8 febbraio 2018

Papua 2017: storie di gamberi e di fiumi


Le grotte possono comportarsi in modo molto strano. A volte sembrano nascondersi, negarsi agli esploratori, quasi a lasciarsi dimenticare dal mondo. In altri momenti sembrano chiamarti, portandoti sulle loro tracce e intrecciando la loro storia con la tua. Le grotte della Nuova Guinea anche se lontane, non fanno eccezione; anzi forse perché più grandi, quando decidono di chiamarti, lo fanno con una voce a cui non puoi resistere. Durante i mesi in cui abbiamo messo a punto il programma della spedizione in West Papua, avevamo chiaramente deciso, dopo le esplorazioni sul fiume Aouk-Kladuk, di dedicare in ogni caso una parte del tempo a disposizione, ad una breve survey nella regione di Wamena-Baliem, nelle highland centrali. Un modo per provare ad ingravidare il futuro. Una zona questa distante oltre mille chilometri e un paio di aerei dalla penisola della Vogelkop. Una zona per noi nuova, ma relativamente facile dal punto di vista logistico, l'unica realmente oggetto di precedenti spedizioni speleologiche, quindi in apparenza un posto già visto. Eppure dallo studio dei report delle precedenti spedizioni, svoltesi tutte tra la fine degli anni '80 e la fine dei '90, molte cose non tornavano. Forse per colpa della cronica mancanza di cartografie, delle difficoltà logistiche e burocratiche nonché della vastità del territorio, l'impressione fu che le differenti spedizioni non riuscissero a focalizzare una zona su cui approfondire le ricerche. Che fosse mancata l'occasione per farsi un quadro d'insieme e un idea di cosa e dove cercare, anche partendo dai risultati delle spedizioni precedenti. Leggendo i report, nella valle del Baliem sono molti i posti e le grotte esplorate e ri-esplorate più volte da diverse spedizioni, quasi che il genius loci di quelle terre si facesse beffa di ogni tentativo di descrivere e identificare coordinate e luoghi con certezza. Le spedizioni inglesi erano iniziate con la chiara intenzione di cercare aree carsiche ad altissima quota, oltre i 4000 metri, con il l'intento di realizzare il primo meno mille dell'emisfero Australe e magari anche molto di più visto il potenziale teorico. Poi le cose si erano complicate. Obbiettivi e possibilità sempre più incerti, il primo meno mille era comparso in Nuova Britannia e per dare il colpo di grazia sul finire del millennio, la situazione politica e sociale in Indonesia e West Papua si era fatta talmente incerta da sconsigliare ulteriori spedizioni. Questo almeno fino ad oggi. Che si tratti di fortuna o di congiunture, poco importa, entrambe sono utili. Quando scopriamo che Robert, un amico australiano che ha partecipato proprio alle ultime spedizioni inglesi oltre vent'anni fa, sarà a Wamena nei nostri stessi giorni, la cosa ci sembra un segno del destino. Lui non è li per grotte, ma quando cominciamo a parlare di cose fatte e cose ancora da fare, l'entusiasmo dell'esploratore si accende e non ci mettiamo molto a decidere di fare le cose insieme. Mettendo insieme immagini satellitari, vecchi ricordi ed esplorazioni non finite, i luoghi e gli obbiettivi prendono forma. 



Alcuni dei grandi sotani in quota sopra il sistema del fiume Yumugi


I grandi pozzi e gli inghiottitoi che in Italia avevamo individuato in alta quota dalle immagini satellitari si legano alle risorgenze e ai fiumi sotterranei in parte esplorati da loro un quarto di secolo fa. Prende forma una zona totalmente non battuta e che potrebbe proprio avere quel potenziale verticale tanto cercato. Il panorama si schiarisce e capiamo che la cosa forse più importante fatta dalla precedenti spedizioni, è anche la meno conosciuta, anzi praticamente ignota. La Gua Kutiulerek o sistema del fiume Yumugi, grande risorgenza esplorata per sei chilometri dalla spedizione del 1996 organizzata da Andy Eavis, è rimasta infatti per ventidue anni avvolta nelle nebbie: ha cercato in ogni modo di farsi dimenticare. Le dimensioni non sono quelle a cui ci ha abituato il fiume Aouk. Forse meno di un metro cubo di acqua, e gallerie quasi mai oltre i venti metri di diametro, ma i chilometri non mancano. Mentre percorriamo il fiume riccamente concrezionato, la galleria sembra non finire mai, chilometro su chilometro, prima di arrivare nelle zone nuove, lasciate inesplorate. 



Galleria nella Gua Kutiulerek_sistema del fiume Yumugi



L'acqua non è pericolosa, qui per affogare bisogna impegnarsi, ma al contrario per l'ipotermia non è poi cosi complicato. Siamo a oltre 1700 metri di quota, e anche se siamo all'equatore si sente. L'acqua è fredda come ci eravamo scordati potesse essere. Quindici gradi, e la nostra muta da surf quando cominci a passarci venti ore a mollo non è proprio l'ideale. Ma si sa che l'esplorazione scalda i cuori o almeno cosi ti racconti quando hai i piedi a mollo, e cosi prima di uscire mettiamo in tasca altri due chilometri di nuove gallerie: portando la grotta a superare gli otto, cosa che oltre a farne la più lunga in West Papua, ne fa anche una delle più importanti dell'intera Indonesia. Il fiume Yumugi sembra però avere intenzione di fare le cose in grande, di diventare famoso, e se un fiume sotterraneo si mette in testa una cosa, un modo per ottenerla prima o poi lo trova. A noi cosi instilla in testa l'idea che ci sia molto altro da esplorare, e che sotani e inghiottitoi lontani oltre dieci chilometri siano tutti amici suoi. La temperatura ci parla di distanze verticali e di acqua che potrebbe essere entrata oltre un chilometro più in alto. Esattamente dove i satelliti ci mostrano punti neri e valli cieche. E i gamberi cosa c'entrano? 




Cherax Acherontis, primo gambero ipogeo descritto nell'emisfero meridionale


Come dicevo se un fiume decide di farsi conosce, lo fa seriamente, e cosi ci mostra anche alcuni dei suoi abitanti, ovvero dei giganteschi gamberi bianchi, che nuotano inquietanti e tranquilli nell'acqua fredda. Intendiamoci, non gamberetti di qualche centimetro, ma gamberi grandi come aragoste. Non pensiamo neanche di portarceli via: da una parte non possiamo per mancanza di accordi con le istituzioni indonesiane, ma anche volendo non sapremmo neanche come trasportarli tanto sono grandi! La bibliografia biospeleologica però l'abbiamo letta, i transect biologici in West Papua sono veramente pochi, gamberetti non sono mai stati segnalati e meno che mai gamberi. Mentre osserviamo la bestia e le sue chele, il dubbio che sia qualcosa di importante è più che un pensiero. Un pensiero che tormenta me e Paolo una volta tornati in Italia e ci spinge ad approfondire ancora di più lo stato della gamberologia ipogea. Quando una grotta chiama, decide lei quanta gente chiamare e che storie intrecciare. Cosi nello stupore più assoluto scopriamo un articolo uscito pochi giorni fa, esattamente nei giorni del nostro soggiorno Papuano a firma di tre biologici Cechi. La grotta Kutiulerek, che non esiste in nessuna bibliografia speleologica è stato meta di un loro campionamento non più di qualche mese fa e hanno appena pubblicato i risultati. Sono specializzati in crostacei e gamberi, non sono biospeleologi, e neanche speleologi, hanno un progetto sulla variabilità genetica dei gamberi in Nuova Guinea e per i casi del destino sono finiti a raccogliere campioni nelle parti iniziali di Kutiulerek. 


La barra a destra sono 2 cm, l'esemplare con le chele misura quindi quasi 20cm. Descritto per la prima volta pochi mesi fa dai biologi Patoka JBláha MKouba A.



Non posso non pensare che sia stato il fiume Yumugi a chiamare anche loro. Beh aveva sicuramente un buon motivo per scegliere di chiamarli, visto che cosi è nato il Cherax Acherontis, ovvero il primo gambero ipogeo dell'intero emisfero australe. Un qualcosa di mai visto e assolutamente rarissimo. A questo punto la grotta sembra aver raggiunto il suo scopo. Ha instillato nelle nostre menti l'idea di tornare, e infatti cosi faremo a breve, ha intrecciato storie e persone con cui abbiamo già preso contatto e con cui speriamo di vivere nuove storie insieme. In ogni caso, almeno a me è ormai chiaro che idee, progetti, storie e avventure, hanno origini misteriose e insondabili.

p.s.
Mai farsi nemico un fiume sotterraneo, è una brutta bestia, dal carattere mutevole e permaloso, quindi ci guarderemo bene dal tradire l'Aouk per lo Yumugi, d'altro canto i rapporti monogami non riguardano i corsi d'acqua, nessuno di loro ci chiede di scegliere, quindi non ci resta altro che dedicarci con il giusto tempo ad entrambe. Tanto il visto per l'Indonesia dura due mesi.


Hanno partecipato alla spedizione Papua 2017: Ivan Vicenzi (Gruppo Speleologico Sacile), Thomas Pasquini (Gruppo Speleologico Piemontese); Katia Zampatti (Gruppo Speleologico Brescia), Andrea Benassi (Società Speleologica Saknussem); Riccardo Pozzo (Gruppo Speleologico Biellese); Tommaso Biondi, Marc Faverjon e Paolo Turrini.

giovedì 1 febbraio 2018

Western New Guinea





La spedizione Papua 2017 è rientrata da pochi giorni ma tra gli zaini da smontare e i rilievi da disegnare già si progetta il prossimo futuro... Quaranta giorni non sono bastati per avere ragione di luoghi e grotte semplicemente incredibili. I chilometri esplorati sono tanti, ma quelli che aspettano sono ancora di più! I fronti esplorativi piuttosto che chiudersi si aprono con prospettive nuove e inaspettate, fiumi giganteschi, ma forse anche grotte con potenziali verticali veramente notevoli...ovviamente sempre con tanta acqua e magari neanche così calda. A conti fatti ci sarà veramente di che divertirsi e immaginare tecniche, soluzioni e diavolerie di ogni genere. 
A breve le prime immagini e report sui risultati di questo nuovo capitolo!










                                                                                                                                                                  


 Aouk_Underground River_Beccari-D'Albertis's gallery

In 1872, Odoardo Beccari and Luigi Maria D'Albertis were the first naturalists to bring back information about the interior of New Guinea. They travelled and mapped the Arfak Mountains and the valley of the Samson River. In the valley of the Samson in 1873 Odoardo Beccari, arrived close the karst area of the Aouk-Kladuk river. He described his mouth in the sea and the karst hills in the gulf of Samei. With great pleasure, we have dedicate to their memory this wonderful gallery, that we have explored in the cave of Aouk Underground River.

Acheloos Geo Exploring_Papua 2017



Navigando nel traforo Aouf-Manawari, le sorgenti del fiume Aouk






lunedì 29 gennaio 2018






Spedizione-aouk-2017 Papua Nuova Guinea

Partirà il 17 dicembre la spedizione speleologica Papua 2017
I satelliti della serie Sentinel sono in grado di fotografare e mostrarci ogni angolo del pianeta e i suoi cambiamenti ogni tre giorni.
Aouk2015: immagine satellitare ad alta definizione  di uno degli obbiettivi

































Vista sotto questa prospettiva, la Terra potrebbe sembrare un posto immerso in un eterno presente, privo di angoli bui. Un posto dove ormai parrebbe impossibile trovare luoghi blank on the map: spazi vuoti sulle carte, capaci di affascinare e raccontare nuove storie proprio perché ancora ignoti. Fortunatamente per la nostra fantasia e umanità, gli speleologi sanno che l’ignoto e l’esplorazione sono un qualcosa ancora oggi vivo e reale. Qualcosa di cui per ora non vediamo la fine. Le chiazze bianche si sono solo spostate divenendo blank under the map, al riparo dall’occhio indiscreto di Sentinel. Seguendo le strade segrete dell’aria e dell’acqua la geografia della Terra è ancora una via da esplorare e percorrere con il proprio corpo. Se poi l’acqua che si decide di seguire è tanta, si possono avere belle sorprese.



Aouk6 dicembre2017: immagine ripresa dal satellite Sentinel2 dello stesso traforo come si presentava a inizio mese

































Dal 2012 un team trasversale di speleologi, sotto il coordinamento del gruppo Acheloos Geo Exploring, ha avviato un progetto di ricerca denominato Call for river, con obbiettivo la documentazione e l’esplorazione dei fiumi sotterranei con il maggiore regime idrico esistenti sul pianeta. Le ricerche attualmente si sono focalizzate sull’area compresa tra Asia orientale e Oceania. Grazie alle spedizioni degli scorsi anni abbiamo identificato proprio nell’estremo oriente dell’Indonesia tra le isole Molucche e la Nuova Guinea, gli obbiettivi più importanti da tentare. In questa prospettiva partirà il 17 dicembre la spedizione speleologica Papua 2017. Teatro della esplorazioni sarà la Bird’s Head, penisola settentrionale di West Papua, parte indonesiana della Nuova Guinea, obbiettivo i grandi trafori idrogeologici e i sistemi carsici che il fiume Aouk ha creato lungo la sua vallata. Obiettivi identificati e in parte raggiunti nel corso della spedizione realizzata del 2016. Proprio la verifica sul campo e l’inizio delle esplorazioni, ci ha confermato che l’Aouk-Kladuk, potrebbe essere quello che stavamo cercando, ovvero il fiume sotterraneo con la maggiore portata del pianeta. Si tratta infatti di una serie di grotte e trafori percorsi da un fiume che nella sua parte più a valle, arriva ad avere una portata media stimata in oltre 180 metri cubi al secondo. Sebbene si tratti di grotte e sistemi carsici con un limitato sviluppo verticale, proprio la quantità di acqua e il continuo rischio di piene e inondazioni, rende l’esplorazione complessa e delicata.

Aouk-Kladuk: portale di uscita dello stesso traforo in una immagine satellitare ad alta definizione del 2015
Aouk-Kladuk: portale di uscita dello stesso traforo in una immagine satellitare ad alta definizione del 2015
Beccari1875: carta della parte occidentale della penisola realizzata da Guido Cora nel 1875 sulle base delle esplorazioni di Beccari e altri si nota la foce del Kladuk-Kabrara e le retrostanti zone carsiche
Beccari1875: carta della parte occidentale della penisola realizzata da Guido Cora nel 1875 sulle base delle esplorazioni di Beccari e altri si nota la foce del Kladuk-Kabrara e le retrostanti zone carsiche




Un luogo fatto di acqua e di pietra che s’intreccia con la storia e la mitologia dei Mey Mare, la popolazione che da secoli abita le foreste di questa parte della piana di Ajamaru, ma anche con le storie degli antichi esploratori della Nuova Guinea. Odoardo Beccari, primo europeo che visitò l’interno della penisola nel 1873, esplorando la valle del fiume Wa Samson, arrivò a circa una dozzina di chilometri dalla valle del fiume Aouk, allora chiamato Kabrara. Ma nel suo ultimo viaggio nel 1875 si reco presso la sua foce, nel golfo di Samei da dove riconobbe e per primo descrisse la lunga dorsale di colline e coni calcarei dove scorre il fiume. Nel 1914 il tenente Gustav Ilgen al comando di una pattuglia di esploratori olandesi riuscì invece a raggiungere e fotografare proprio l’imbocco di uno dei trafori. Nella carta che contribui a produrre, una piccola sigla segna per la prima volta l’esistenza di una parte del corso sotterraneo dell’Aouk.


Aouk1957: particolare della carta topografica olandese del 1957 che riporta uno dei trafori
Aouk1957: particolare della carta topografica olandese del 1957 che riporta uno dei trafori


Aouk-Kladuk1919: particolare della grande carta della Bird's Head pubblicata nel 1919 con il punto di uno dei trafori
Aouk-Kladuk1919: particolare della grande carta della Bird's Head pubblicata nel 1919 con il punto di uno dei  trafori




L’esistenza dei trafori e dei tratti sotterranei più a monte comparve invece sulle carte topografiche solo nel 1957, grazie ad occasionali osservazioni aeree. Anche se oggi i satelliti ci mostrano meravigliose immagini di questi ingressi, le grotte del fiume Aouk, restano ancora totalmente inesplorate. A oltre un secolo da quel primo segno su una carta geografica, la spedizione si propone l’esplorazione e la documentazione di questo incredibile patrimonio geologico, vero e proprio potenziale geosito di rilevanza mondiale. Perché anche oggi, nell’era dei satelliti, è ancora tempo per andare a caccia di luoghi e di nuove storie da raccontare.

Un ringraziamento particolare va ai numerosi Enti che ci hanno concesso il loro patrocinio nonché ovviamente agli sponsor che hanno creduto nel progetto accordandoci fiducia e prezioso materiale tecnico: Kikko Lamp; Rodcle Equipment; CT Climbing Technology; Petzl; Repetto Sport; Korda’s; Alpacka Raft; Enomad Energy.

La squadra dei Papuani: Andrea Benassi (Società Speleologica Saknussem); Tommaso Biondi; Marc Faverjon; Thomas Pasquini (Gruppo Speleologico Piemontese); Paolo Turrini (Roma, speleo autonomo); Ivan Vicenzi (Gruppo Speleologico Sacile); Riccardo Pozzo (Gruppo Speleologico Biellese) e Katia Zampatti (Gruppo Grotte Brescia).



Info e contatti
andrea.benassi@uniroma1.it

sabato 27 maggio 2017