lunedì 12 marzo 2012

Progetto Lapis Speculari: Ad Speculum
























"... ma poi è stata trovata in Cipri, in Cappadocia, i Sicilia e novamente anco in Africa..."

Sempre seguendo le tracce di Plinio, nell'ambito del progetto di ricerca sulle miniere di Lapis Specularis, il gruppo Speleo di Casola Valsenio, insieme al Gruppo Acheloos, ha portato a termine una breve survey in Tunisia per identificare le possibili zone d'estrazione. Sebbene Plinio parli apparentemente di africa in modo generico, nel momento in cui scrive, viene chiamata provincia dell'africa proconsolare, proprio e solo il territorio dell'attuale Tunisia. Solo molti secoli dopo, l'antica Ifriqiya, andrà a indicare l'intero continente. In Tunisia è stata identificata l'area attorno all'attuale città di Gasfa, l'antica Capsa romana, come la più promettente. Sebbene il gesso sia infatti ampiamente presente nel paese, solo in questa zona sembra presentarsi sotto forma di gesso secondario trasparente. Le ricerche si sono concentrate nella zona ad ovest di Gasfa, nell'area montuosa tra il Jebel Chouabine e il Jebel En Negueb. Proprio in questa zona si trova l'oasi di Shabika, riportata nella antica Tabula Peuntigeriana, con il nome romano di Ad Speculum. Allo specchio. Ed è proprio dell'uso anche per fare specchi, della Lapis Specularis che ci parla sempre Plinio, riportando re Giuba II, re di Numidia e Mauritania. L'abitato di Ad Speculum_Shabika è stato fino ad ora interpretato archeologicamente in modo vago, come un possibile posto di vedetta sul Limes Montensis, , da cui scambiare segnali. Il problema di d'interpretare il nome 'lo specchio' ha quindi portato a pensare all'uso di specchi proprio per scambiare questi segnali. La nostra ricerca sul posto ha però evideziato, che proprio l'area di Shabika, è particolarmente ricca di grandi lastre di Lapis Specularis, estratte ancora oggi per il mercato dei minerali nell'area adiacente all'oasi. Qui a differenza delle miniere spagnole e italiane, che si sviluppano all'interno del banco gessoso, il gesso secondario si presenta inglobato nelle argille verdi. Ed è proprio nelle grandi bancate d'argilla che i cercatori di minerali, identificano le aree dove estrarre le lastre, scavando lunghe trincee, profonde anche diversi metri alfine di svuotare l'interstrato. Ed è proprio seguendo i riflessi del sole sui frammenti delle lastre, che abbiamo identificato alcune di questi luoghi scavo, che nelle colline aride e chiare, risaltavano come punteggiati di specchi. La qualità e la purezza delle lastre, appaiono in tutto simili a quelle dell'area della Vena del Gesso, e anche le dimensioni le rendono compatibili con l'uso come sostituto del vetro. Purtroppo proprio la tipologia d'estrazione, non in grotta, ma tra argille, rende difficile identificare i siti antichi rispetto a quelli recenti. Le grotte naturali presenti in zona sono state riviste, ma nessuna si sviluppa nella bancata dei gessi saccaroidi che è presente in zona, e sebbene presentino indizzi archeologici non presentano tracce d'estrazione. Inoltre la zona si presenta estramamente mineralizzata e bisogna prestare attenzione alle traccce lasciate da altre lavorazioni, come nel caso delle grandi miniere di fosfati, o della ricerca di geodi. Una buona possibilità di identificare siti antichi, in questo caso potrebbe venire dalla ricerca di petroglifli e incisioni nell'area montuosa attorno all'oasi, o nei pressi dei grandi strati rocciosi verticali. La presenza di alcune incisioni ci è stata infatti testimoniata dai locali, ma purtroppo il poco tempo a disposizione non ci ha permesso di verificare direttamente. Sebbene si tratti ancora di una ricerca fatta d'indizzi, ci sembra plausibile immaginare che l'area attorno alla città di Capsa, già importante polo minerario romano, potesse fornire anche la rara e pregiata Lapis Specularis.

 ©SocietàSpeleologicaSaknusem_2012

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