martedì 26 giugno 2012

Cercando grotte all'ombra del Nunusaka

S. Thomas_ Lo stato presente dei popoli del mondo_1738


In principio era il Nunusaka, il monte mitico; perso da qualche parte nelle foreste di west Seram. Posto al centro delle Confederazione dei tre fiumi, terra di Alune e Wamele. Dal Nunusaka, uscirono gli uomini che si sparsero per l'arcipelago attraverso le mille isole delle Molucche a popolare l'umanità. Quando il mito s'intreccio con la storia, allora arrivarono gli Europei a cercare le Spezie, ricchezza e maledizione, miraggio e follia. Per noi oggi l'isola di Seram, l'isola madre, è il luogo dove iniziare una nuova storia, una storia di acqua e roccia, inseguendo grandi fiumi sotterranei tra foreste e antiche carte della Compagnia delle Indie. Che Seram potesse essere una destinazione speleologica è una vecchia idea che mi era entrata in testa dalla fine degli anni '90, in particolare dopo aver visto una carta geologica che riportava 'limestone' per tutta la possente dorsale che attraversa l'isola superando i 3000 metri. Negli stessi anni, inglesi e australiani, ebbero la medesima idea, ma furono più rapidi nell'attuarla. E' cosi che nel 1998-99 nasce Gua Hatu Saka, la grotta più profonda dell'Indonesia. Forse non profondissima, -400 circa, ma maestosa nell'essere una sequenza di due enormi pozzi da quasi 200 metri l'uno. Qaundo lo scopro su International Caver, la sensazione è un misto di soddisfazione e rabbia. Il posto era buono non c'è dubbio, la grotta continuava, fermati da troppa acqua. Poi le Molucche hanno avuto cose più serie che parlare di grotte. Una lunga guerra civile a impedito ogni progetto. Questo fino agli ultimi anni. E' cosi, nonostante il gruppo sia solo di due, decidiamo con Guido, di andare a dare finalmente un occhiata sul posto, dopo tante notti passate a speculare su carte e foto satellitari. Due gli obbiettivi della perlustrazione: raggiungere le zone alte della catena del Manusela, per capire se esista un carso d'alta quota che ci possa far sognare, andare a vedere chi ha ragione tra le carte e le foto satellitari riguardo ad un grosso fiume che sembra scomparire nel nulla nella parte occidentale dell'Isola. A casa un mese sembra sempre tanto tempo, poi quando sei in foresta, tra acqua e fango, t'accorgi che probabilmente non basterà a fare molto. Le zone alte sono veramente lontane, cinque giorni di cammino non ci bastano per raggiungere uno degli altopiani che avevamo identificato. Giriamo nelle zone sommitali di q.3000, il calcare non manca, anche i campi chiusi, magari mancano gli ingressi, considerata la lontananza avevamo sperato in qualcosa di più facile da identificare una volta sul posto. Dire se c'è o non c'è qualcosa non è facile. Si dovrebbe rimanere in zona per molto tempo, inoltre neanche i locali vengono da queste parti, quindi chiedere non funziona neanche per i nomi delle montagne. Tanto per buona parte del tempo sono immerse nella nebbia. Identifichiamo alcuni piccoli ingressi fino a q.2800, forse spostandosi di alcuni giorni di cammino verso ovest le cose potrebbero migliorare, cerchiamo di capire le possibili vie d'accesso, ma per questa volta abbiamo altri quattro giorni di cammino per tornare alla prima strada. Come al solito, le segnalazioni compaiono quando sei sceso, e cosi a Kaniketh ci raccontano di Way Uaulè, una cascata che esce dal 'corpo della montagna'. Un posto in cui si può entrare, nella valle che divide il monte Binaja dal monte Murukele, posto sacro per gli abitanti. Pare che dietro la cascata ci sia anche la grotta, o cosi ci piace capire, in una sequenza di traduzioni a cascata da una lingua all'altra. Peccato che ora noi si sia giù e lei sia rimasta su. Qui tutto si misura in giorni di cammino, quasi sempre molti e incerti. Decidiamo quindi di buttarci sul secondo obbiettivo, nella parte occidentale dell'isola, apparentemente più comodo, sicuramente più in basso come quota. Alcuni giorni dopo, una volta lasciato il villaggio di Taniwell sulla costa e persi nella foresta risalendo il fiume Sapalewa, cominciamo a pensare che a Seram non ci siano cose vicino alla strada. In teoria la parte occidentale dell'isola non è neanche calcarea, o almeno le carte geologiche non lo sanno. I nostri dubbi si sciolgono difronte ai coni di Hatu Tosiwa e alle pareti del Towile Bou Bou. Il calcare c'è eccome, e anche per parecchi chilometri. Anzi si tratta probabilmente di una zona carsica di almeno 500 km2. Un carso a coni maturo, in certi punti smantellato, con coni isolati, al centro forse più compatto, ma che comunque parte dal mare e sembra raggiungere i 1200-1400 metri di quota. L'unico dubbio che ci portiamo dietro risalendo il Sapalewa e se ci farà lo stesso scherzo del monte Binaja, o se questa volta si lascerà scavare dal grande fiume che sembra attraversare  una parte di coni. Quando dopo un paio di giorni di cammino ci troviamo difronte all'uscita del fiume le risposte sono superlflue. Il buco c'è, il problema è che con oltre 60 metri cubi d'acqua che escono, la situazione c'appare simile a quella vissuta da inglesi e francesi a Nare in Nuova Britagna. Siccome abbiamo lasciato a casa il cannone lancia arpioni per passare sull'altra sponda del fiume, siamo obbligati a fermarci alla prima cateratta, quasi stessimo risalendo il Nilo. Anche sull'altro lato del monte, dove il fiume entra, le cose non migliorarno. Il fiume precipita in fondo ad una forra enorme, in un portale alto circa un centinaio di metri. Di seguirlo camminando non se ne parla. Se solo pensi di metterci un piede dentro, già ti ritrovi al mare. Non a caso Sapalewa in lingua locale vuol dire 'grande fiume'. Abituato ai trafori tropicali in 'Laos Style', comodi posti per vecchietti, enormi, anche pieni d'acqua, ma dove cammini pigramente o nuoti a dorso tipo piscina, questo posto mi lascia vagamente perplesso. Acqua bianca, rapide più più, aspre, molto aspre. Per passare da queste parti e attraversarlo ci sarà da faticare parecchio. Nei periodi di secca pare che non ci si possa sperare, siamo già nella stagione secca, quindi appare molto improbabile che qualche essere umano autoctono abbia mai avuto l'insana idea di entrarci per attraversarlo. Mentre risaliamo la vallata, tra un sentiero e una fangaia finiamo a camminare su una strada lastricata, una massicciata in pietra alta diversi metri. Ormai completamente spersa nella foresta. La guida che è con noi ci dice che si tratta di una delle antiche strada olandesi che collegavano le due coste dell'isola. Difficile dire quando sia stata costruita. Qui gli Olandesi hanno preso il potere alla fine del '600 e se lo sono tenuto per tre secoli. A questo punto ci ronza in testa un pensiero. Percorrerlo 'no', ma conoscerlo 'si'. Vuoi vedere i gli antichi governatori di Seram, i funzionari della VOC, ne sapevano più di noi? Una volta tornati alla civiltà, ci buttiamo nella ricerca delle antiche carte coloniali. Alcune l'avevamo già trovate per la zona del massiccio centrale, c'erano sembrate utili per la toponomastica, ma per la parte occidentale dell'isola non le avevamo considerate utili. Sbagliavamo di grosso. Battere e levare, le cose si perdono e si ritrovano. E' cosi dopo oltre cento anni sulle antiche carte di fine '800 e dei primi del '900 ritroviamo nella leggenda una curiosa dicitura O.L. sciolto come 'Onderaardesche loop' che in olandese si legge 'corso sotterraneo'. Sulle carte, sparse nei pressi del Sapalewa e non solo, tante piccole sigle O.L. fanno capolino tra un fiume e l'altro, punteggiando le montagne di West Seram. Non c'è che dire, facciamo i nostri piu sentiti complimenti ai topografi dell'epoca, in particolare alla spedizione che per ultima topografò l'Isola dal 1917 al 1922. A questo punto non ci resta che tornare in Italia per prendere alcuni chilometri di corde e organizzare una buona banda. Le isole delle Spezie ci vedranno ancora, la storia è appena iniziata.

 ©SocietàSpeleologicaSaknusem_2012

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